IV puntata
“Gesù. Un racconto sempre nuovo”

IV puntata
“Gesù. Un racconto sempre nuovo”

VII
I due

«Perché li ecciti contro di me?»
La voce è debole, emerge dalla penombra dove il tetrarca Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, è steso a godere un po’ di fresco tra le mura del suo palazzo. Fuori il sole grida nel mezzogiorno. È più asciutto di suo padre, morto ormai da trent’anni.
Giovanni resta muto in piedi.
«Va bene, va bene... tanto vi conosco a voi... a voi profeti... Non amate svelare le vostre intenzioni. Lasciate che noi poveri umani intendiamo che è Dio, il vostro Dio, a suggerirvi le cose...»
Antipa si solleva sul gomito destro e fissa l’uomo che gli è stato portato davanti, vestito di peli di cammello con una cintura. È un tizio non imponente, smagrito. I capelli sono schiariti dal sole e la pelle tesa, riarsa. Gli occhi, un colore indefinibile. Le torce creano riflessi rossi, verdi, color ambra.
«Ti chiederai perché ti ho fatto chiamare, visto che non sono molto interessato a seguire quelli della vostra razza. Ma tutti vogliono vedere Giovanni, e allora mi sono detto: vediamolo ancora questo ultimo profeta d’Israele. Forse ha qualcosa di davvero nuovo...»
Erode non è adirato con quell’uomo. Questo non è un guerriero come Simone di Perea. Oggi vorrebbe solo essere meno stanco, meno indolenzito dai piaceri della notte e dalla cavalcata della mattina coi soldati.
Forse l’ha sottovalutato, doveva essere più riposato per sostenere un confronto con il profeta.
L’altro resta in silenzio. La volta delle stanze è oscurità. Erode ha dato ordine di lasciarli soli in questa mezzora che di solito dedica al riposo. È già la seconda volta che fa chiamare Giovanni. Lo incuriosisce. Anche suo padre, l’idumeo Erode, chiamava talvolta santoni, indovini, maghi per conversare e scrutare attraverso i loro occhi forsennati le tenebre. Al momento di morire s’era fatto chiamare due indovini. Lui, Antipa, aveva diciassette anni. Era nella stanza vicina coi fratelli, sentì il padre urlare parole sconnesse contro i due. Non erano urla, non aveva più parole che sembrassero umane e quando lui e i fratelli entrarono trovarono il padre con il volto divorato dal male. E riverso a terra, morto, in una chiazza di vomito e sangue nero.
I due indovini dal profilo egizio frusciarono via. Antipa ne aveva afferrato uno per il braccio. «Vi ha chiesto del futuro del regno?» Ma quello s’era irrigidito e con voce effeminata aveva detto solo: «A nessuno se non al re ci è dato ripetere quel che abbiamo veduto e ascoltato».
Fu aperto il testamento, fu nominato Archelao. Ma durò poco, un paio d’anni e quell’imbelle fu declassato.
L’imperatore da Roma gli fece togliere il titolo di re e lo fece sparire in un esilio lontano. Diede il suo regno ai Persi. La Giudea non doveva avere nessun re. Due alla pari. Non un re, ma due tetrarchi. Erode Antipa s’aspettava di figurare erede del titolo di re. Il padre glielo aveva quasi promesso. «Vecchio porco...» mormorò tra sé la notte della morte «ha cambiato le carte alla fine...»
Il «vecchio porco», come fu chiamato da suo figlio, fu portato con grandi onori fuori dalla città e sepolto.
Il suo corpo marcio fu deposto su un’altura desolata da cui si vede Bethlehem, dove è nato il bambino che i suoi soldati non riuscirono a trovare.
Dopo la cacciata di Archelao, Antipa non poteva fare più nulla in patria per ottenere quel titolo a cui teneva come alla vita. Poteva urlare quanto voleva come un cane ogni ingiuria al cadavere senza volto del padre, non sarebbe servito. Ma quando il fratello Filippo s’era recato a Roma per cercare di avere il placet ad assumere lui il titolo di re, con nomina dell’imperatore, lo aveva seguito. Forse c’era margine per qualche estrema manovra con certi amici romani. Poteva cercare di volgere in suo favore alcuni buoni rapporti del padre. Ma le cose non andarono come sperava. «Se non sarò io il re,» gli aveva sibilato Filippo «non lo sarà nessuno».
Tutti pari. Ma ci dev’essere un re, uno, il più forte.
Fu là che, mentre i giorni esalavano i loro miasmi accaldati sui Fori imperiali e il suo sguardo si posava distratto e torvo sui fiori spaventati nei giardini di Augusto, Antipa si prese la rivincita più aspra sul fratello.
La vendetta senza ritegno, senza riparazione possibile.
Erodiade, la moglie di Filippo, era ancora più bella in mezzo alla città che mormora e canta ogni piacere possibile. Antipa una sera durante un banchetto noioso l’aveva fissata come se la vedesse per la prima volta. E lei non aveva distolto lo sguardo subito.
In quei giorni di ozio forzato cercava la linea della sua schiena mentre camminava tra i colonnati. In un paio di occasioni si erano incrociati i loro sguardi mentre seguivano la lettiga di un senatore a cui l’imperatore li aveva affidati per mostrare alcune bellezze della città. Nero ossidiana quelli della giovane donna. «Con un solo sguardo mi hai rapito il cuore» dice il Cantico che sa tutto.
Durante i giochi nel Colosseo, mentre Filippo assisteva annoiato, Antipa si era scaldato a vedere i combattimenti. Anche lei, eccitatissima dallo spettacolo di sangue, si era schiacciata contro il suo braccio nell’entusiasmo della gazzarra. Sugli spalti anticipava la condanna del perdente. In mezzo al caos dell’arena Antipa mormorava tra sé con sguardo ubriaco... «I tuoi seni due cerbiatti... le tue gote sono belle tra i pendagli...» E lei fingeva di ritrarsi timida.
Furono segni chiari. Lei ardeva del suo stesso desiderio. E non fu difficile, mentre Filippo era occupato in qualche incontro politico riservato, fare in modo che Erodiade scivolasse nelle stanze che gli erano assegnate.
Lei lo aveva dominato con un impeto tale da lasciarlo stupefatto e tramortito. Quella donna aveva l’esplosione delle stelle addosso. Si protendeva come una tempesta. Ricorda di esser rimasto senza fiato contro la parete mentre il sole illuminava fuori dalle sue finestre il frontone del tempio di Minerva nel pomeriggio.
Nulla è dolce e bastardo come l’amore. «È forte come la morte» dice il Cantico. Che sa tutto.
Era uscita come un soffio dalla sua stanza. Nella furia dei baci lui le aveva sussurrato all’orecchio: «Vieni via, resta con me». E lei poco dopo aveva solo alzato lo sguardo mentre la sua bocca lo faceva impazzire. Non si dissero più altro, lui poi fu preso solo dal morderle dolcemente il seno e dopo averla girata contro la parete si perse nel profumo della cascata di capelli.
Quella notte mentre beveva vino profumato portato in omaggio da un vecchio centurione amico del padre, lui aveva deciso.
Se lei gli confermava quanto aveva visto nel suo sguardo, sì, lui poteva tornare con la moglie del fratello come trofeo. Tutto questo avrebbe generato scandalo tra Giudei e tra i più osservanti di quelle cornacchie, ma avrebbe fatto capire a tutti chi dei due era il più forte. Del resto, Filippo non poteva certo scatenare niente di grave come ritorsione, il regno era già fragile, e accentuare le conseguenze dell’oltraggio subìto lo avrebbe messo maggiormente nella luce del debole che viene lasciato dalle donne. Inoltre poteva contare sulla consolazione di essere stato tradito da un traditore della Legge di Dio. E questo lo avrebbe messo in buona luce coi capi dei sacerdoti. In un certo senso, aveva pensato Erode sollevando la coppa di vino, farsi fottere la moglie conveniva un po’ anche a lui...
Si è perso in questi ricordi e non ha ascoltato Giovanni. Non riesce a fissare l’attenzione su qualcosa che per pochi minuti.
Anche la volta scorsa lo ha ascoltato parlare solo per un po’. «È stato interessante» aveva detto dopo quel primo appuntamento alla moglie Erodiade, curiosa sul conto del Battista a cui s’erano legate alcune donne di corte, ma senza svelarle nulla. E ora l’ombra magra del profeta è ancora lì nella sala semibuia e vorticosa di ricordi.
«Dice il Levitico: non scoprirai la nudità della moglie di tuo fratello» mormora con asciuttezza Giovanni.
«È la nudità di tuo fratello».
Quelle parole soffiate dall’ombra magra arrivano in faccia al tetrarca come uno schiaffo. Le aveva dette anche l’altra volta, dure, diamanti. E neanche allora il re aveva dato segno di collera al momento. Lo aveva fatto continuare. Le invettive che Giovanni lanciava contro la poca fede dei Giudei lo annoiavano, così le citazioni di Salmi antichi e altre scritture. Ma quell’attacco ripetuto a lui, alla sua donna s’era fermato sul suo cuore, un velo bruciante.
«E dunque cosa prevedi, Giovanni?» lo ha interrotto.
«Il regno dei cieli è vicino» dice senza andare oltre l’uomo dagli occhi indefinibili.
Allora Erode si alza per osservarlo meglio, a un passo. Quest’uomo in fondo non è pericoloso per il regno. O almeno non ancora, non come i suoi dignitari immaginano. Con il seguito che ha, poteva esser già diventato uno dei tanti rivoluzionari che a Erode e ai Romani tocca reprimere, con crocefissioni e stragi. Ma Giovanni non muove contro i palazzi del potere. Lo incuriosisce.
A che serve questo profeta? Vorrebbe che Giovanni desse almeno qualche luce alla stanchezza che da un po’ di tempo lo tormenta. No, non proprio un’angoscia, ma un tedio, qualcosa di impalpabile che vela le sue giornate e i suoi piaceri. Erodiade non è più la ragazza dallo sguardo obliquo e infuocato di un tempo, ma una consorte occhiuta e pure sfuggente nella gestione delle relazioni. Sa come intrattenere gli ospiti durante i banchetti che lui offre ai suoi dignitari e sa impartire ai cuochi le disposizioni giuste. Ma il resto della sua vita e delle sue frequentazioni è diventata un’ombra per lui.
Erode si annoia ormai di tutto questo. Vorrebbe mostrare a Giovanni gli splendori del suo palazzo, come fa con i suoi ospiti illustri. Le grandi cantine, la sala dei banchetti, le scuderie con i cavalli arabi, le custodie di armi... Ma di certo non interessano quell’uomo vestito di cammello. E forse non interessano più molto nemmeno a lui.
Può forse chiedere a Giovanni come strapparsi dal cuore quel peso, e tornare a essere il giovane Antipa di belle speranze che, irridendo a ogni legge di chissà che Dio, possedeva la splendida moglie del fratello davanti al fantastico panorama di Roma. Dove trovare ancora forze così tremende, assolute, felici?
Se ne stanno andando gli anni nel sangue, nei riti macchinosi del potere, nella repressione. Sente di essere odiato dal popolo, ma questo lo ha messo in conto. Il suo sangue di origine idumea gli ha sempre donato una suprema indifferenza. Ma da qualche tempo un che di indefinito lo fa sentire ancora giovane e però vecchissimo. E dalla parola fiammante di Giovanni aspetta qualcosa che rompa questo sortilegio. Lo guarda, si accorge che i suoi occhi di cane lo stanno quasi supplicando.
Ma quello tace, perfetto nel suo Dio.
Così si accomiatano, ma prima Erode gli si avvicina. E con un improvviso abbraccio quasi da amante lo attira addosso al suo petto vestito di seta.
E gli bisbiglia all’orecchio come in un bacio: «Non ti ucciderò per ora, anche se continui a gridare come una cammella in amore. Sappi che ascolto la tua voce da lontano, anche da molto lontano».
E nemmeno lui sa più se questa è una minaccia o una preghiera.

VIII
Faccia a faccia

Lo rivede.
È nella piccola folla che scende qualche giorno dopo l’incontro con Erode.
Giovanni lo nota tra coloro che calano verso il fiume. Il pomeriggio ha appena rotto il mezzogiorno in cielo.
Cielo bianco compatto. Scendono muti verso l’argine. Il profeta ha già parlato, ha gridato. L’aria è stata frustata dalle sue parole. Poi si è allargato il silenzio. Ora si sente solo il frusciare pigro delle acque, passi sui declivi d’erba, qualche raro incitamento da parte dei discepoli di Giovanni che mantengono un po’ d’ordine.
Scendono in fila verso il punto dove il profeta mormorando bagna la fronte di chi poi, rovesciandosi di spalle, si immerge.
Gesù è un uomo in fila.
Ci sono persone di ogni genere. Poco più avanti di lui, due camminano sostenendo un’anziana donna che geme e mormora. Accanto le passa un uomo senza gambe. Si trascina giù per l’erta ripida che finisce sull’argine.
Poche voci e il rumore dell’acqua mossa dai passi di chi scende. I suoi discepoli che vicino a lui aiutano le persone a calarsi nelle acque sentono a pezzi le parole che mormora indistintamente il profeta. Citazioni di salmi, reminiscenze di preghiere... «Oracolo sul deserto del mare. Come i turbini che si scatenano nel Negheb, così egli viene dal deserto, da una terra orribile. Una visione angosciosa mi fu mostrata: il saccheggiatore che saccheggia, il distruttore che distrugge».
I discepoli sono abituati a sentirlo ruminare pezzi di Isaia. «Salite, o Elamiti, assediate, o Medi... Io faccio cessare ogni gemito. Per questo le mie reni tremano, mi hanno colto i dolori come di una partoriente; sono troppo sconvolto per udire, troppo sbigottito per vedere.» Con la mano Giovanni raccoglie l’acqua nel palmo. Disegnando un breve arco col braccio la versa sul capo chino di chi gli si presenta. Poi tenuto da due discepoli chi vuole il suo battesimo si lascia andare di schiena fino a immergere la testa e le spalle nell’acqua. Poi via, un altro.
Giovanni non smette di mormorare, ha gli occhi accesi e ogni tanto tira su col naso, infastidito da polvere e insetti. «Smarrito è il mio cuore, la costernazione mi invade; il crepuscolo tanto desiderato diventa il mio terrore...» A tratti i suoi gesti si fermano, sembra quasi sorpreso lui stesso dalle parole che pure ha ripetuto tante volte. Le ascolta in sé, come una realtà enigmatica e grandiosa. Resta col gesto sospeso. Una lince che mira qualcosa lontano.
«Così mi ha detto il Signore: “Va’, metti una sentinella che annunzi quanto vede. Se vede cavalleria, coppie di cavalieri, gente che cavalca asini, gente che cavalca cammelli, osservi attentamente, con grande attenzione”. La vedetta ha gridato: “Al posto di osservazione, Signore, io sto sempre, tutto il giorno, e nel mio osservatorio sto in piedi, tutta la notte...”».
La fila si muove abbastanza in fretta. I discepoli non permettono a nessuno di sostare più del necessario davanti al battezzatore. Alcuni vorrebbero fermarsi, parlargli, abbracciarlo. Ma no, li tirano via. C’è chi perde l’equilibrio, sollevando qualche schiuma, quasi cadendo in acqua completamente. I suoi discepoli sostengono, respingono. Via, sotto gli altri. Giovanni non s’è mosso, continua i suoi gesti ad arco, mormora. «O popolo mio, calpestato, che ho trebbiato come su un’aia... Oracolo sull’Idumea. Mi gridano da Seir: “Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?”».
La fila pigramente e potentemente prosegue. Sono ore che va avanti così.
Giovanni è stanco, ma resta dritto nell’acqua, con il sole che lo colpisce. «La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte...”».
Si trova faccia a faccia con Gesù. Il suo gesto di raccogliere l’acqua con la mano a conca si arresta. La mano sparisce lentamente nel tuffo. Il braccio si distende lungo il corpo. Per alcuni secondi interminabili.
Come uno che ha finito di combattere. E la fila si ferma.
I discepoli di Giovanni intorno a lui con le gambe nella lenta corrente per dirigere il flusso della gente se ne accorgono, guardano. Ma non possono udire lo scambio tra i due. «È un suo parente», dice un giovane discepolo all’altro che sta aiutando una giovane donna a risalire dall’acqua sabbiosa.
Giovanni guarda Gesù fisso in volto. Rare sono state le occasioni in cui le due loro famiglie si sono riunite, un funerale, qualche nascita. Prima che il deserto chiamasse Giovanni.
Non è cambiato, la barba è più lunga, ha il viso intenso che ricorda di aver veduto in quelle occasioni.
Sulla fronte sembrano passare nubi. Movimenti di un pensiero inafferrabile. Ma gli occhi, immobili e scuri, scheggianti come grido di uccello sul mare.
Anche lui - come tutti quelli che vengono al Giordano - sta pensando alla sua vita futura? A qualcosa di illeggibile che vede nel fondo di se stesso?
Gesù guarda l’uomo che si trova di fronte. È magro, duro, con le labbra screpolate. Il sole gli sta come una bestia morente addosso. E Giovanni china il capo.
«Io non devo battezzare te» dice quasi trattenendo il fiato.
«Mio amato Giovanni, fai quello che devi» dice piano Gesù.
La mano esce dall’acqua. Versa sulla testa. Mentre sta per immergersi nel Giordano, Gesù con gli occhi chiusi alza il volto al cielo bianco.
Un volo traversa l’aria.
Anche Giovanni chiude gli occhi, e apre le braccia. Le spalanca come se ricevesse la pioggia. Il cielo bianco pulsa di luce abbacinante.
Chi lo sta fissando vede che una specie di sorriso forte e abbandonato segna forse per la prima volta l’espressione del volto duro.
Poi la fila prosegue. Un vecchio malato dai capelli ispidi e grigi e con la mascella tremolante cerca di baciare le mani a Giovanni. Lui lo lascia fare, diversamente dal solito, non lo guarda nemmeno. Con gli occhi di mangusta sta seguendo Gesù che risale dall’acqua su per l’argine.
Il giovane discepolo con le gambe nell’acqua segue la scena, vede che il suo maestro fissa quell’uomo. E Giovanni improvvisamente si mette a gridare, togliendo le mani alla bocca dell’uomo che le stava baciando: «Ecco l’agnello di Dio, ecco chi toglie i peccati del mondo!».
Qualcuno alza la testa, qualcuno si ferma, ma quasi nessuno bada più di tanto a quel che il profeta sta gridando. È solito lanciare parole strane, immagini inafferrabi li come i riflessi del sole sul fiume. Quelli in fila davanti a lui sollevano gli occhi ma non cessano di mormorare preghiere in coda. Il cielo è dilatato. Ma il discepolo ragazzo che sta nell’acqua ha uno scatto, lascia il suo posto. Passando accanto a un altro discepolo lo prende per un braccio e lo trascina a seguirlo. «Vieni, su, vieni, vieni.» L’altro lo vorrebbe interrogare, ma quello non ascolta, cane magro dietro alla preda, con lo sguardo insegue l’uomo che si sta allontanando sull’argine.
Per un poco i loro passi più rapidi nell’acqua spezzano la quiete del pigro ripetersi dei rumori. Giovanni li guarda di sbieco mentre si curva per aiutare l’immersione di una anziana donna.
I due - uno si chiama Andrea, l’altro si chiama come il profeta, Giovanni, ed è un aspirante sacerdote di Gerusalemme, un ragazzo - escono dalla riva, infilano i sandali e velocemente si mettono a seguire il tizio che si sta allontanando.
Gesù non si volta.
Lo seguono, non parlano. Solo un’occhiata e Andrea dice al compagno: «Hai mai sentito il maestro parlare così?»
Dopo qualche centinaio di metri Gesù si ferma.
È un uomo sulla trentina, tiene la barba e i capelli lunghi. Ha il volto segnato da qualcosa di impetuoso che si fa gentile nel disegno delle sopracciglia, due lunghi archi sugli occhi grandi. La fronte regolare. Il naso ha la linea sottile e forte. La barba copre tutto il mento e così l’ovale regolare del viso assume una forma più allungata.
Gli occhi hanno lo stesso colore di quelli del cugino.
«Cosa cercate?» dice solo ai due che gli sono giunti vicini, un po’ trafelati e con la timidezza sfrontata dei poveri o dei ragazzi.
«Maestro, dove abiti?»
Lui accenna un sorriso, rapido, semplice, come di uno che torna dal lavoro e trova due amici per andare a bere qualcosa.
Dice solo: «Venite, lo vedrete».
I due rispondono un po’ timidi al sorriso e si incamminano con lui.
In silenzio. Lo guardano in viso di sottecchi, curiosi mentre camminano e non parlano. Ha solo chiesto i loro nomi. Poi come se fosse avvolto da una nube di pensieri ha continuato a camminare alzando gli occhi di rado. Dev’essere anche lui un uomo che ha conosciuto il deserto. Di là è tornato con un uragano nello sguardo che diventa ogni tanto luce viva.
Che ora è? che ora nel mondo, nei cieli indiani, che ora si rompe nelle nuvole sulle immense piramidi egizie? Che nube passa sulle fronti dei giovani iniziati di Atene, negli occhi lunari della sibilla di Cuma? Che ora trascorre davanti agli occhi ciechi delle statue di Cesare?
Qui non lontano da uno sperduto argine di fiume sono le quattro di pomeriggio.

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