X puntata – “Gesù. Un racconto sempre nuovo”

X puntata – “Gesù. Un racconto sempre nuovo”

XXI
L’azzardo

«Siete venuti perché avete visto il pane.»
Gesù guarda in terra, non solleva il viso verso i suoi interlocutori. La sinagoga di Cafarnao non è grande, s’è riempita in fretta. C’è tensione. Un sacco di gente è arrivata in città nelle prime ore del mattino, dopo aver percorso tutta la riva del lago, dopo aver visto che non c’era più la barca degli apostoli. Ci sono anche molti abitanti di Cafarnao che aspettavano che tornasse lo strano Nazareno, il figlio del falegname.
«Vi siete saziati» continua Gesù, e ora gira lo sguardo intorno sul viso dei presenti. «Ora procuratevi non il cibo che finisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il nato tra gli uomini vi darà. Perché su di lui Dio
ha messo il suo sigillo.»
Si fa silenzio. Nemmeno lo scalpiccio di un passo né un colpo di tosse. Un odore greve, di corpi, di terra battuta e di paglia sta riempiendo la sala della sinagoga. Uno degli anziani, dopo essersi guardato attorno, prende la parola: «Dicci, maestro, cosa dobbiamo fare per compiere le opere che Dio vuole?».
«Dovete credere in colui che Dio ha mandato.»
Giacomo guarda per un istante Pietro. Il viso del pescatore è teso. Nell’aula della sinagoga ci sono alcuni dei suoi ex compagni di lavoro. Qualcuno lo ha salutato con rispetto. Ora qualcuno lo guarda chiedendosi con chi sia finito, aveva delle belle barche, una bella famiglia... Ma Pietro guarda Gesù, non lo ha mai visto
così teso, sembra quasi fuori di sé.
«Che segno ci dai perché dunque crediamo in te? Qual è la tua opera?» dice uno a voce alta, dalla seconda fila di quelli in piedi, assiepati. «I nostri padri hanno mangiato il pane venuto dal cielo nel deserto, dato da
Mosè.»
Un mormorio percorre la sala.
Gesù riabbassa lo sguardo. «In verità vi dico, non è stato Mosè a darvi il pane dal cielo, ma il Padre mio vi
dà il pane vero, disceso dal cielo.»
I sacerdoti e gli scribi e alcuni Giudei sono immobili come statue. Sono venuti da altre città, qualcuno dice che ci siano scribi perfino da Gerusalemme per ascoltarlo. Sono seduti nei primi posti. Gesù come un puma fissa la folla dietro di loro e alza la voce: «Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita vera al
mondo».
Un uomo da dietro, con le tempie tese e la bocca senza alcuni denti, si mette a gridare: «Dacci sempre
di questo pane!». Sale un certo trambusto. Le prime file dietro i sacerdoti e gli anziani sono nervose, alcuni si voltano continuamente. La luce del mattino splende dalle finestre.
Allora Gesù si alza: «Io, io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non
avrà più sete! Voi avete visto quello che compio e non credete. Ma tutto ciò che il Padre mi dà io lo accolgo.
Chi viene a me non lo respingerò perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma quella di Chi mi ha mandato». Giacomo sente quasi mancargli il respiro. Cerca con lo sguardo Andrea che è addossato alla parete opposta, confuso nella folla. Ma quello è inchiodato con il viso rivolto a Gesù che continua, a voce ferma, teso: «E questa è la sua volontà: che io non perda nulla e nessuno di quanto Lui mi ha dato, ma lo resusciti nell’ultimo giorno! Lui vuole così: chi vede il Figlio e crede in me abbia la vita eterna, io lo resusciterò nell’ultimo giorno».
Alcuni dei Giudei e dei sacerdoti presenti non riescono più a trattenersi. Mormorano e gesticolano, disapprovano. In molti si mettono a commentare tra loro. Gesù riprende la parola, ma si fa più fatica ad ascoltare.
Alcuni in fondo gridano che non si sente bene.
Andrea e Pietro si guardano intorno. Vedono che certi stanno uscendo. Altri parlano con i vicini scuotendo la testa. Gesù spinge la sua voce. «Non mormorate tra di voi, nessuno viene a me se il Padre che mi
ha mandato non lo attira. E io lo resusciterò. Sta scritto nei profeti...»
In quel momento si alzano voci più forti. «Cosa stai dicendo? Chi pensi di essere?» Pietro e Giovanni nella cagnara sentono ormai solo a pezzi. Gli scribi sono rimasti lì davanti a lui a sedere, quasi con aria di sfida.
Ora che la protesta aumenta hanno l’aria soddisfatta.
Gesù parla con voce ferma, non grida ma resta in piedi, cerca di farsi sentire. Giacomo pensa tra sé: “Sta
rischiando tutto”.
Levi Matteo pensa: “Così si può procurare solo un sacco di guai”. Guarda Andrea. Anche lui sa che toccare il tema del pane sceso dal cielo, la manna di Mosè, significa arrivare al cuore del Libro. Ed è in quel momento che Andrea sente quel che non aveva mai immaginato di sentir dire.
«Io sono il pane della vita» dice Gesù con gli occhi fissi sulla folla rimasta, come se guardasse un volto tra quelli presenti. «I vostri padri hanno mangiato il pane disceso dal cielo nel deserto, e sono morti. Io sono il
pane vivo, disceso dal cielo, chi ne mangia avrà la vita eterna.»
Ha gli occhi accesi, il corpo teso. Ma la voce si è fatta meno ripida, sembra quasi che si stia rivolgendo con
una specie di supplica. «E il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo...»
I Giudei e gli scribi si alzano di scatto. Uno di loro, afferrando il proprio bastone con durezza, si rivolge
agli altri quasi con scherno verso Gesù: «E come farà quest’uomo a darci la sua carne da mangiare?». Si alzano risate, offese. Un uomo accanto ad Andrea sbraita come un forsennato.
A quel punto Gesù, come se fissasse un punto sopra le teste dei presenti e con un volto stranamente rasserenato dice più lentamente, scandendo le parole, forte e in un grande abbandono: «In verità vi dico: se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e il mio sangue ha la vita eterna perché io lo resusciterò. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre che possiede la vita ha mandato me, così chi mangia di me vivrà per me».
Le sue ultime parole sono quasi coperte da voci di scherno o di offesa. Andrea guarda il Nazareno che ha
il viso ora sereno e stravolto al tempo stesso. Ha detto quel che gli si rompeva dentro. Un sorriso lieve come
di partoriente, di uno dentro al gorgo della battaglia. Bartolomeo seduto piega il suo corpo possente e si
prende la testa tra le mani. Non ha grandi conoscenze sulla Scrittura, ma ha capito che si stanno cacciando in
un grosso guaio.
La sinagoga lentamente inizia a svuotarsi. Molti vanno via scuotendo il capo.
Alcuni si fermano fuori dalla porta. Andrea si siede lì su un gradino. Ora la luce del mattino in alto è accecante.
Un pescatore, un vecchio amico di Pietro gli passa accanto e lo guarda. Come si guarda un ammalato.
Giacomo sta seduto in un angolo della sala, fissa il muro, sa che queste parole per i sacerdoti equivalgono a una bestemmia, da punire con la morte. Taddeo in piedi vicino a lui non sa bene cosa pensare. Nessuno ha
voglia di parlare. Giuda di Keriot è uscito con la scusa di dover comprare qualcosa. Andrea di Zebedeo se ne
sta seduto subito fuori sui gradini, e guarda per terra. Anche Simone Zelota e Taddeo sono usciti e gironzolano senza saper cosa dire. Alcuni che erano con loro da tempo si avvicinano, si accomiatano con uno sguardo impaurito e vergognoso. Dicono qualcosa tra i denti, del tipo: «Ci si vede in giro, eh», e spariscono nelle vie
e nel sole accecante.
Ci sono capre che vagano lì intorno.
Gesù si è rimesso a sedere. Il suo petto ora è scosso. Poi, lentamente, riprende a respirare con più calma.
Guarda quelli che sono rimasti.
Sembra riconoscerli per la prima volta. Come un ragazzo dopo una lunga corsa. Sembra un po’ sperduto. Scosso fino alla radice del fiato vitale. Forse lui stesso sorpreso di cosa gli è uscito dalla bocca. Allora Giacomo gli si mette a sedere davanti: «Queste cose che dici sono così dure. Chi può capirle davvero?».
Gesù lo osserva, fa un mezzo sorriso: «Vi scandalizzano? E se vedeste questo nato tra gli uomini risalire là
da dove è venuto? Queste parole sono spirito e vita. Ma tra voi qualcuno non crede, e non crederà. Nessuno,
nessuno può venire a me se il Padre non lo attira».
Poi girando lo sguardo e fissandoli: «Volete andarvene anche voi?».
Andrea si tira su dal gradino della sinagoga e rientra, teso come un pugno. Matteo alza la testa come se lo
avessero ferito. Giacomo fissa Gesù e poi chiude gli occhi come se precipitasse. Taddeo e Bartolomeo si guardano come due ladri in fuga.
Pietro che era addossato alla parete di fianco a Gesù fa un passo avanti. Come se toccasse a lui parlare. Come se la muta emozione dei suoi compagni lo ferisse. La luce gli cambia sul viso, entrando nel ventaglio dei raggi che viene dalla porta nella piccola sala. Si rompono dentro di lui i flutti del timore. E dice a voce bassa, ferma: «Gesù, da chi andremo? Tu solo hai parole che ci danno la vita. Noi, noi qui» disse indicando i suoi compagni muti e frementi come animali «abbiamo riconosciuto che sei Santo di Dio. Non ce ne andiamo».
Gesù lo guarda. Sembra quasi voler sorridere, ma subito taglia corto. «Vi ho scelto io infatti. Eppure uno
di voi è un diavolo, mi tradirà.»
I presenti si guardano senza capire bene. Nessuno si azzarda a fare domande. Lui ha il volto serio e lo sguardo di nuovo di aquila e incendio.
Si alza per uscire. Lo seguono. Il giorno esplode nei campi intorno alla città e sul lago.

XXII
Il seme

Alla sera, mentre sono radunati nella casa di Pietro tra le mani passano fichi, frutta secca e pezzi di pane. C’è silenzio. Si sente da fuori la nenia di una madre che addormenta un piccolo.
Giacomo, mordendo un dattero: «Non si calmeranno».
A Bartolomeo quasi scappa da ridere. «Li avete visti oggi, che facce...»
Poi più serio. «Cercheranno di chiuderci il cerchio addosso.»
Gesù non alza il viso. Dice piano: «Il seme se non muore non porta frutto...».
Pietro e Andrea lo guardano.

XXIII
Il padre nostro rubato

La donna di Betania li guarda in silenzio.
Pesta qualcosa con gesti duri nel mortaio. Semi, qualche grano di senape con un’altra spezia. I colpi sono regolari, monotoni.
L’autunno è ormai avanzato. Dalle terre del lago della Galilea, Gesù e i suoi si sono avvicinati fino alle porte di Gerusalemme, toccando molti villaggi della Galilea e della Giudea. I colori variano nelle terre più fertili, fino alla secca e aspra terra della città in cui re Davide portò l’Arca dell’alleanza di Abramo, ballando nudo nel corteo. La sua prima moglie, Micol, guardandolo con occhi obliqui aveva detto: «Non è dignitoso che il re danzi così nudo in mezzo al suo popolo». Ma il re poeta, coi capelli rossi sotto la corona e nel petto la vastità delle notti passate al pascolo, passate modulando canti e salmi e lamenti, le aveva risposto duro: «Io stavo ballando nudo di fronte all’Onnipotente». Da allora Gerusalemme è un pugno stretto sul cuore di Dio. Uno schiaffo secco.
Betania è un piccolo villaggio alle sue porte. Le ultime propaggini di dolcezza d’erbe e alberi lambiscono le sue case. Poi la terra si denuda, la pietra bianca e la calce si spaccano e increspano fino a diventare lei, la città santa e maledetta, Gerusalemme. Betania è l’ultima tenue carezza di verde.
Il gruppo dei discepoli di Gesù si sta organizzando. In molti aderiscono e girano a predicare in suo nome.
La fama cresce. Nelle riunioni del Sinedrio, tra i sacerdoti seduti per discutere sull’andamento dei tributi al Tempio o di altre faccende, il nome del Nazareno corre tra le labbra, le barbe, gli orli dei mantelli. Fa stringere occhi grinzosi e aggrottare ciglia che han visto di tutto. Nessuno ha ancora posto in discussione apertamente l’affare. Ma più d’uno dei sacerdoti ha cominciato a sussurrare all’orecchio di Caiaphas. O a quello più cavernoso e sensibile del suo anziano cugino, uomo svelto e acido, un timorato di Dio, già sommo sacerdote prima di Caiaphas, il potente Hannah.
Il sole a Gerusalemme ha picchiato per tutto il giorno il suo gong drogato in cielo. Non scalda come nelle estati roventi, ma la luce ha la stessa fame divorante. Nella prima sera le figure sembrano rianimarsi dopo il dominio di quel morso. Caiaphas con il suo passo pesante entra per la seduta del Sinedrio. Un fratello sacerdote gli ha sussurrato: «Dovremmo parlare di quel Nazareno». Il sommo sacerdote ha avuto un moto di fastidio, non ha guardato il suo interlocutore, ha tirato avanti.
L’autunno ha colori densi, distesi. Dalle mura di Gerusalemme si vede la strada per Betania sparire dietro
un’altura, il villaggio è là.
La donna sulla porta di casa pesta nel mortaio. Di sera il villaggio muore. Non c’è quasi nessuno in giro e quel gruppo di uomini la incuriosisce. Sostano vicino alla sua casa, l’ultima sulla strada. Si sono seduti poco fuori dal villaggio. Lei mastica qualcosa. Non è ancora sceso il leggero pungente freddo delle sere autunnali.
Dev’essere un rabbì con i suoi discepoli. La donna pesta i suoi colpi nel mortaio. La senape che sta frantumando lascia un aroma forte, spicca sull’odore di polvere monotono che domina in tutto il villaggio quasi sempre, eccetto quando qualcuno arrostisce un capretto. Quei tizi sulle prime non le piacciono. Di rabbì ne ha visti troppi in Israele. Spuntano come frutti di carrubo. Però è curiosa e sta ad ascoltare i loro discorsi. Del resto, qui a Betania non succede mai niente. Anche le donne sulle porte, dopo pochi scambi non sanno più cosa dirsi, e la tirano in lungo spremendo le solite quattro cose, ma senza più sugo. Dopo la fuga di Joacab che sembrava il più scemo della famiglia con la ricca moabita, non c’è stato granché da commentare. In questi giorni c’è stato un po’ di trambusto a casa di Maria e Marta, le due sorelle. Donne per bene, vivono con il fratello Lazzaro. Dev’essere stato proprio a causa di questo rabbì. Molti sono andati a curiosare. Anche lei passando ha buttato uno sguardo dentro. C’era Maria seduta intenta a guardarlo parlare, insieme agli altri
discepoli e a Lazzaro. Marta invece era in piedi, portava tovaglie, bicchieri e cose da mangiare. Non aveva la faccia allegra. I lavori li fa sempre lei, dice. L’altra sorella è più strana, una buona donna certo, ma si perde in
discorsi bizzarri... Quel tizio comunque dev’essere uno importante se tutte quelle persone si erano stipate per
ascoltarlo.
Ora seduta sulla soglia della sua vecchia casa, la donna aguzza l’orecchio, mentre scaccia via una mosca che le ronza sugli occhi. Ha circa cinquant’anni. Ne ha viste.
Ha l’età in cui molte donne escono di scena. Una malattia, un indebolimento. O semplicemente l’inutilità. Non ci si danna per tenere in vita una vedova ormai superflua e vecchia. Se non ha nessuno da servire... Alcune,
per non essere di peso, si allontanano nel deserto, sole come capre. E finiscono chissà in che modo.
Cosa sta dicendo quell’uomo? Gli altri sono attenti. Hanno i visi concentrati.
«Padre nostro... che sei nei cieli... sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno.»
Lei sputa un seme dalle labbra avvizzite. Sospende i colpi. Che diavolo di preghiera è questa? Non l’ha mai
sentita. E dire che ne conosce.
Forse è un salmo? Ma no. Stringe gli occhi. Nella sua memoria rovista nelle parole delle Scritture o di
certe nenie sentite fin da piccola nelle infinite ruminazioni. Non ci sono quelle espressioni. E poi lui come le
dice? Non sembra un rabbì. Non oscilla. Non chiude gli occhi per cercare di vedere Dio chissà dove... I rami dell’albero sotto cui si sono messi quegli uomini sono lunghi quasi fino a terra. E poi non si dovrebbe pregare
nelle sinagoghe o nei luoghi sacri?
«Sia fatta la tua volontà, come nel cielo così sulla terra, e dacci oggi il pane, rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori e liberaci dalla tentazione, liberaci dal male.»
No, la vecchia non ha mai sentito una preghiera così. L’uomo ha finito di recitarla. E gli altri erano
rimasti immobili intorno a lui. La donna riprende a battere piano nel mortaio. Quelle parole sono belle, uniscono il cielo e la terra. Alza per un attimo gli occhi al chiaro d’autunno. Un padre in cielo... Il Dio degli
eserciti e dei profeti... Il Dio del diluvio e dell’annegamento del Faraone... Il Dio impronunciabile. Perduto
nei caratteri delle parole. Dio grande. Il Signore. Il Re. Un padre?
La vecchia sputa un altro seme. Suo padre era un pecoraio. Lo rivede ancora ogni tanto, in qualche travèggola, quei barbagli o mezzi sogni che le vengono prima di cadere finalmente nell’ultima parte del sonno. A volte quasi non lo riconosce, lui è ancora giovane, bello, lei invece già così vecchia. Compare da chissà dove. Dal tremendo Sheol? Lei non sa, si confonde in quei pensieri. Chi sa se lui vede la sua bambina. Chi sa se la riconosce ora che è così invecchiata. Padre... mormora in quei momenti con le sue labbra secche...
Dal gruppo degli uomini sotto l’albero vengono ora delle risate, si sono avvicinati a loro dei bambini. Qualcuno dei discepoli fa un po’ lo scemo con i piccoli. Forse anche lui è un padre e ha lasciato dei propri bambini a casa. Lei ha sentito, i più sono Galilei. Si riconoscono da lontano per quell’accento. Pescatori, gente del lago. Ce n’è solo un paio che sono un po’ più eleganti degli altri. La donna guarda il capo di quello strano gruppo giocare con i piccoli. Specialmente, c’è uno dei suoi discepoli che li fa divertire. Uno grande e ben piazzato, Bartolomeo. Li solleva, li fa girare, fa finta di fare la lotta. Di certo è un padre. Sì, deve avere dei piccoli da qualche parte. Che alla sera lo cercano. Padre nostro. E si sentono un po’ perduti e un po’ no. E chiedono forse alla madre: dov’è...
Sul viso le si apre una specie di sorriso. Come un cane che passa per una strada deserta. Pesta nel mortaio, la schiena contro la parete della sua vecchia casa. Il sole sta calando e le ombre si allungano. Tra un po’ farà
freddo. Meglio rientrare. I suoi bambini sono diventati grandi. E se ne sono andati. E suo padre e il padre dei
suoi figli vengono solo come ombre, spettri tra la notte e l’alba.
Sputa l’ultimo seme prima di alzarsi.
«Padre nostro...» mormora entrando nella sua casa deserta, soddisfatta di aver rubato una nuova preghiera.

XXIV
La domanda di Cesarea

Con l’arrivo dell’inverno, mentre si continua la predicazione in Galilea, nel nord del paese, certe sere capita di ripararsi nella casa di Pietro a Cafarnao.
Ora il paese è tutto silenzioso. La sera scende piano sul lago e l’alito odoroso e dolceamaro delle acque si espande nelle strade prima che arrivi la notte.
Sono stati mesi di viaggi, di cammino. A volte spostandosi repentinamente, obbedendo a incontri, a richiami segreti.
Giudea, Galilea, a volte toccando la Samaria, terra infida. Panorami diversi, colline, deserto, piccoli villaggi perduti. Gente con caratteri opposti.
Stasera poche figure umane in giro. Odore di legno bruciato. Qualche belato dai serragli. Piccoli branchi di cani vagano per strada.
Tommaso prende la parola per dire che ormai è il giorno della festa delle Capanne e dunque potrebbe essere una bella occasione per scendere a Gerusalemme e, dice, «per andare a insegnare ai fratelli che non sanno».
Gli altri lo guardano. Andare in questi giorni di festa a Gerusalemme significherebbe alzare il livello dello scontro coi sadducei e i farisei.
Anche Gesù guarda Tommaso. Non risponde, si alza, ma prima di uscire si volta: «Andate voi se volete».
Poi infila la porta abbassandosi e scompare.
Fuori è sceso il buio. Se ne va a pregare e meditare chissà dove. I suoi amici sono abituati a queste sue scomparse. E stasera sembra più stanco del solito. Bartolomeo per due volte gli ha messo del cibo nel piatto,
è preoccupato che non mangi.
Nelle sue parole non sanno leggere se il rifiuto di scendere a Gerusalemme per la festa detta dei Tabernacoli o delle Capanne sia una ritrosia o una ennesima sfida alla loro incerta fede.
«Io vado a vedere» dice Taddeo.
«Vengo con te, i buoni Giudei vanno a questa festa, no?», dice qualcuno, mentre Pietro porta alla bocca un bicchiere di legno con un po’ di vino dentro.
I discepoli inviati nei mesi precedenti a predicare nei villaggi erano tornati con racconti di ogni genere.
La voce di quanto ha detto di se stesso nella sinagoga di Cafarnao si era sparsa, ripetuta inesorabilmente. Estravolta, amplificata, deviata. La confusione intorno al suo nome è aumentata. Ha compiuto una nuova moltiplicazione di pani e pesci. E s’era sparsa la nomea di quanto da lui compiuto a  erusalemme, dove si era
recato brevemente per la Pasqua scorsa, raddrizzando uno storpio e attaccando i mercanti che avevano invaso il cortile pubblico delle preghiere.
Era stata una primavera di spostamenti forsennati. Fenicia, Decapoli... In questa sera d’inverno quei posti lontani passano davanti agli occhi stanchi dei discepoli come sogni o ricordi vissuti da altri.
Un giorno, mentre arrivava l’estate, passando da Cesarea, la città a nord, il Nazareno si era fermato e aveva radunato i dodici intorno a sé. Si erano messi vicino a un piccolo corso d’acqua, fuori dalla città. C’erano alberi di verde spietato, un canneto. Erode aveva fatto costruire la città in onore del suo amico imperatore e socio in affari. Era tenuta più decentemente di altre. Anche Pilato, il nuovo governatore, aveva stabilito qui la residenza principale. C’erano colonne in stile romano, qualche palazzotto che voleva sembrare una copia di edifici della grande capitale, capitelli in stile appoggiati senza senso davanti a case bianche, di terra e calce.
Sulla facciata del palazzo del governatore le due aquile dorate sembravano il segno della forza e un incubo.
Fuori dalle mura un via vai di funzionari, mercanti, sacerdoti, e poveracci di ogni genere. Alcuni discepoli, come accadeva a molti Galilei e Giudei, non si trovavano a loro agio in quella città imbastardita dalla presenza romana. Si parlava anche greco. Il Nazareno dopo aver predicato nella sinagoga se n’era andato fuori città. Pietro lo ricorda mentre butta giù il vino speziato. Era molto caldo.
Gesù aveva aspettato un po’ a parlare. Erano i momenti in cui Pietro sentiva tremare il cuore, quando il Nazareno voleva che stessero vicini a lui. Come un bisogno fisico della loro presenza. Poi aveva girato gli occhi dove germinava l’uragano e aveva chiesto: «La gente chi dice che io sia?».
Loro si erano guardati un poco indecisi. Stava chiedendo se tutto quello che andava facendo, se tanta strada, tanti discorsi e tutti i segni compiuti avevano chiarito qualcosa alle folle che lo cercavano.
Fu durissima. Prese coraggio Giacomo: «Alcuni dicono... Giovanni il Battista...». «Sì, sì» attacca con voce bassa Giuda Taddeo «tornato dai morti.» Bartolomeo aveva spezzato con i denti un bastoncino e: «Alcuni dicono che sei Elia». «Un grande profeta» aveva aggiunto subito Andrea. Ci fu silenzio.
Aveva abbassato la testa. Pietro ricorda di aver visto Giacomo sul punto di alzarsi e andare via, per togliersi dall’impaccio. Con un’occhiata l’aveva trattenuto. Poi Gesù aveva rialzato il viso e aveva chiesto: «E voi, voi chi dite che io sia?».
Pietro ricorda bene lo sguardo di Gesù in quel momento. Non aveva mai visto niente del genere. Tristissimo e luminoso. Come nessuna fuga di nubi sul lago, nessun sole morente dietro le montagne. Gli occhi di uno che chiede. Di uno che sta per perdersi e supplica qualcosa dai suoi amici. E sentì nel petto e in mente schiantarsi qualcosa, una grande onda. Lo aveva visto resuscitare ragazzini, toccare i capelli sulla fronte a malati sudici, a indemoniati finalmente quietati. Lo aveva visto come falco scagliarsi contro le parole morte di sacerdoti e scribi. Lo aveva visto piangere e ridere. Lo aveva seguito con lo sguardo mentre saliva da solo come un bambino a pregare lontano da tutti. E allora lui, il pescatore più rude, con lo slancio di quando gettava la rete dalla barca all’acqua nel sole aveva detto: «Tu, tu sei il Cristo, il figlio di Dio. Tu, Gesù, sei...».
E lui subito si voltò nella sua direzione. Pietro vide che gli stava chiedendo qualcosa senza parole, qualcosa di inimmaginabile. Gli aveva poi mormorato qualcosa sulla provenienza di quella sua rivelazione. Come il sospiro di uno che si consegna. Come se non ne potesse più di stare da solo con quella cosa addosso e ora potesse dividerla con lui.
Da allora Pietro custodisce quello sguardo di richiesta come una pietra dura nel cuore.
Poi Gesù aveva ordinato loro di non dire nulla di queste cose. A nessuno.
Pietro ora, nella sua casa di Cafarnao, dopo aver posato il bicchiere, esce sotto la luce delle stelle della notte invernale. Il Nazareno dev’essere da qualche parte lì intorno a pregare, a pensare.
Forse è seduto su una pietra. O forse cammina per difendersi dal freddo. Forse guarda in su, le stelle. E
chi sa se anche lui si sta chiedendo cosa stanno scrivendo quei fuochi lontani nel cielo...

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