Poesia e arte

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Poesie

da La natura del bastardo (Mondadori 2016)

Le madonne di beato Angelico hanno l’eleganza snella,
potente e tremula di modelle di Armani, dico ancora Firenze
negli occhi. Ma lei
che studia storia dell’arte e ha notti
lunghe, immobili, piene di visioni, fa:

a Dior piuttosto, direi –

le cellette di San Marco, cola il sangue di Cristo giù giù
sul legno a rivoli e le montagne sono astrazioni di Boccioni
e Maddalene si piegano, diventano

passerelle sospese dell’infinito –

vieni traversale con me

monaci strani come noi camminano tenendosi in completo
squilibrio
verso l’abisso, e accennando verso la luce danno
il sospiro
che fa stare sui muri, alza arcate, taglia disegni memorabili

dona vita a statue senza vita –

sospiro che unisce la bellezza nei secoli dei secoli
con i nodi della preghiera, del balbettio di labbra seccate
di cocaina, e la luce di Firenze nei vicoli
stamattina che se ne va dagli occhi
il rimpianto che sia finita…

Vieni modella delle modelle di Dior, di Armani, modella
delle madri che alzano i pugni chiusi, le mani
sotto i cieli bianchi del dolore, vieni modella delle stelle
remote negli occhi di chi mi dà amore con l’accento strano
baci da gattina, e ha il mondo da sollevare con un sospiro
ogni mattina…

Vieni dove non ti chiede nessuno.
Nel buio violento, nel nostro
chiuso intento. Vieni a non fare niente
a mostrarti alle lacrime tra le ciglia
a questa disfatta meraviglia

vieni a rifare Firenze
e nella sua luce
le nostre figure sui ponti sull’acqua, e l’aria
nell’aria degli incontri, e le mai
definitive partenze

*

da I fiori del male – Salerno editrice (traduzione di Davide Rondoni)

I Fari

Rubens, fiume d’oblio, giardini di pigrizia,
guanciale di carne fresca dove non si può amare
ma la vita senza tregua vibra e affluisce
come l’aria nel cielo e il mare nel mare;

Leonardo da Vinci, specchio profondo e nero
dove tra dolci risa piene di mistero
angeli stupendi nell’ombra come apparizioni
in quei luoghi dove ghiacciai e pini fan corona.

Rembrandt, triste ospedale pieno di lamenti
e decorato d’un gran crocefisso soltanto,
dove preghiera in lacrime dalle piaghe risale
violentemente traversato d’un raggio invernale;

Michelangelo, spazio vago dove Ercoli si vedono
confondersi a Cristi, e dritti si alzano
fantasmi di forza che nei tramonti
stracciano i loro sudari con le mani potenti;

rabbia di boxeur, fauno impudente,
tu che hai saputo cogliere beltà in ceffi così orrendi,
gran cuore d’orgoglio pieno, uomo fiacco e ingiallito
Puget, malinconico imperatore dei forzati;

Watteau, carnevale dove molti illustri cuori
come farfalle che vagano incendiandosi
freschi e leggeri ornandosi di splendori
e danno follia a questo ballo vorticoso;

Goya, incubo ricco di mondo misterioso,
di feti in sabba a cuocere nel fuoco
di vecchie allo specchio e di fanciulle nude
che tentano i demoni aggiustandosi le calze un poco;

Delacroix, lago di sangue sfiorato da angeli perversi,
adombrato da un bosco d’abeti sempre verdi
dove, sotto un cielo oppresso, strambe fanfare
passano un sospiro a soffocare di Webér.

Queste maledizioni bestemmie pianti
queste estasi grida lacrime e Te Deum,
sono un’eco ripetuta per mille labirinti,
un oppio celeste per i cuori mortali.

È un grido ridato da mille sentinelle,
un ordine rilanciato da mille messaggeri,
è un faro acceso su mille cittadelle,
in grandi boschi il richiamo di perduti cacciatori!

Perché Signore la testimonianza più vera
che noi possiamo dare della nostra dignità
è questo ardente singhiozzo che va di era in era
e viene a morire al confine della vostra eternità!

* Composta all’incirca nel 1856 è uno dei testi più belli e controversi di B. Esprime, da scrittore di cose d’arte, una chiara religiosa e appassionata concezione. Non una filosofia, ma una visione del gesto degli artisti. Aveva scritto del resto che solo la poesia può dar voce ai quadri.

*
Per il festival Settimana della bellezza di Grosseto

Il gesto – disseminato, segreto
per la Madonna delle Grazie di Matteo di Giovanni in Grosseto

Quel gesto, o mandorla, o cosa
è,
la mano che alla mano
si posa

come forma nuova di delicatissima
vigna o
danza o

invisibile rosa

cosa vortica fino a lì,

al punto che è tutto silenzio, silenzio
intero

le mani
della Madonna delle Grazie – –

il punto dove poso gli occhi, il muso
da lupo, dove il mondo il tempo
diventa vero…

***

Ma quella delicatissima posa è forse

un grido e uno sciame impetuoso
d’anni
s’arresta, come una lacrima, una
foresta a picco sul precipizio, nella tua pittura
Matteo di Giovanni

nelle sue mani, di Lei,

che gesto, ariosissimo,
e pure cesto, quasi nulla
ma furioso, nucleare spazio si crea le mani,

un nuovo spazio nello spazio
una nuova forma nel mondo

un altro tempo nel tempo? forse sto
perdendo la testa –

ma cosa fisso in quelle dita sottili
nella pittura furiosa di bravura e pure
modesta…

le cima delle dita, sì insomma se posso
dire di lei le dita sottili, si, i polpastrelli
inarcati e appena
sfiorati

in mezzo agli angoletti vivaci, ai lucenti
broccati, in mezzo ma tutto
trascinando, cieli nuvole broccati
la regalità dello sguardo o
come dire quella fissità
di una tutta piena, tutta presa,
donna arresa e potente

in quel quasi niente di amen
gesto che trascina il cielo
qui in terra
ai nostri petti, ai nostri mali
e si ai nostri peccati
il cielo
lo serra

vedi che serietà
di ragazza
quasi di giovane atleta che mira
al record, una razza
di serietà che solo le donne
sanno avere,
cosi dolci e severe

non mi dà pace quel gesto

di amen, di sia
così

delicatissimo perno

che ripresenti qui

come disseminato per fortuna è

controtempo delle mani

primavera dentro ogni inverno

in infinite chiese, o no, sopra muri
di carceri e bordelli, taxi, officine
caselli, o antichissimi
graffiti, legni
di segrete icone con il sangue
lavati

lo vedo, quasi deflagrato

amen ovunque replicato
madonne, santini, statuette pure
orrende, nessun valore
se non quello di lei farci vedere

che fa così
amen
della sua vita, sì…

come una ossessa ammirazione
o implorazione assordante e
silenziosa

rosa di nostre preghiere impazzita

per non restare noi
senza grazie, senza respiro, senza
aria nei polmoni nei baci nel lavoro
nelle canzoni – –

potessimo avere in noi un po’ di questo spazio,
vigna, arco o cosa è…

***

amen o cosa, gesto
di questa ragazza esploso negli occhi di Dio

che stava come un innamorato
tutto tremante, Dio, sì, imbecillito

come un ragazzo con jeans bassi di Grosseto
che aspetta fuma butta la
sigaretta se lei gli dice

o va a girare,

se lei

che lo ascolta chiedere, annunciare
lo respinga o

nel silenzio di Nazareth da mano
a mano

sì, componga

nell’ombra
che nessuno vede

un arco
che sostiene il mondo
giungersi di dita a
dita,
di tremore ad amore,
mani che dicono, prima ancora di dire,

quel gesto da tutti i poveri di Dio replicato
infinitamente, infinitamente

imitato

mani di ogni tipo, sante o maledette

da te fermato, Matteo di Giovanni
perché fosse ancora una volta esposto

la grazia di stare in quel sì, anche quando
morde l’ora, dire

qui mia unica grazia mio posto

anche quando tutto si oscura
dire sì
quando la mente sbatte

la grazia viva in tutte le grazie di

quando l’anima piena di notte
quando il corpo ha le vene rotte

dire sì

quando gli amori se ne vanno
quando i nomi diventano spina, danno

dire sì

quando abbiamo la mano alla gola
quando vediamo la notte sola

dire sì

quando la sofferenza è più estrema
perché non morde noi ma chi si ama

dire sì

quando non resta altro fiato
e si fa questo gesto, ultimo

poi tutto via, è consegnato

dire sì!

***

– grazie Matteo di Giovanni, grazie
città dura e vivace

che offrite, custodite il silenzioso gesto

grazie pittori nei secoli che ne cercate imitazione

mani che hanno carezzato, pettinato,
la testa del Figlio suo nella quiete
e nella morte tempesta sulla croce

mani che meglio di tutte – ebbe questo diritto
e onore la madre, e questo dolore confitto
– conoscono l’incarnazione

grazie per chi vorrà per me
e per te
compiere nel segreto

ripetere il gesto lieve di Nazareth e Grosseto

il destino sia,

così.