Poesia e danza

Poesia e danza

A Svetlana Zacharova stella del Bolscioj
da La natura del bastardo, Mondadori, 2016

Bella fino alla violenza

entra Odette dalle braccia di corda

stanca di morire già dal primo passo e
sferzata a vivere da qualcosa dentro
che il coreografo non può prevedere

e il pubblico forse applaude per tenere lontano –

la più magra delle ballerine
incisa nella forza di perdersi

muove le mani le gambe come funi, pensieri
nuove direzioni della materia

annulla la differenza tra il teatro e l’oblio – –

È tutto scena,
lo sa seduto al palchetto di terz’ordine di fronte al mio
l’apostolo che restò cieco e felice
come noi che ora scendiamo a picco
tre livelli di scale mobili di metropolitane
pietrificate di luce

città che voleva essere il sogno
degli eguali senza visione.

Lei è nel camerino muto
Le duole il gomito come un criceto.
È nel punto del non sapere più nulla

il silenzio della mente riservato a chi balla così
a chi ascende al cielo – e a chi va
sotto e poi sotto, tra i denti una dura
felicità.

For Svetlana Zakarova,
Star of the Bolshoi

Beauty to the point of violence

Odette enters with rope arms

dead tired even from the first step and
whipped into life by something inside
that the choreographer could not foresee

and that the audience applauds perhaps to keep at a distance –

the slightest of the ballerinas
etched into the force of expending herself

she moves hands and legs like cables, thoughts
matter taken in new directions

she voids the difference between theater and oblvion – –

It’s all a show,
the one seated in the third tier balcony across from mine knows this,
he the apostle who ended up blind and happy
like we who now precipitously descend
three levels of subway escalators
petrified by light

a city that wanted to be the dream
of the equal masses without vision.

She is in the silent dressing room
at her elbow an ache like a gnawing hamster.
She’s on the verge of knowing nothing more

the mind’s hush reserved for those who dance this way
for those who ascend to heaven – and for those who go
further and further below, between their teeth an exuberant
grit.

I libri

I video

Da "Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice)"

I

Il corpo è un linguaggio.
Il linguaggio è un corpo.
Non potevamo che trovarci qui, mia danzatrice.

La danza non è “movimento”
La poesia non è “discorso”
Sono: gesto.
Da gerere, in latino “portare”
Corpo che porta
(corpo gestante…doglia…generazione)

Il piede. Quel che si posa nel passo. E nel verso.
La parte che non si stacca mai definitivamente. E che dà misura.
Il punto in cui la vita posa, la vita si leva…

“Il mistero, e di pari passo, la misura” (lo ha scritto Ungaretti)
Il piede, il passo, dunque, misura del mistero. Ma non misura nel senso che lo esaurisce (lo dice anche Ungaretti) ma che lo esprime.

II

Baudelaire, poeta maledetto perché cercava l’assoluto nella Parigi borghese dell’800 dedica “I fiori del male” a Theophile Gautier, poeta critico d’arte, romanziere e giornalista debordante e portentoso, inventore di figure come Capitan Fracassa, Avatar, di vari romanzi romantici e macabri e delle poesie di “Smalti e cammei”, poeta della bellezza inutile. Era un importante critico di danza e fu creatore del libretto di “Giselle”. Per “Giselle” trasse ispirazione da una giovane danzatrice morente ritratta da Hugo in una poesia, Fantômes

“Lei amava troppo il ballo, è questo che l’ha uccisa:
il ballo abbagliante! il ballo delizioso!
La sua cenere ancora freme dolcemente smossa,
quando, nella notte serena, una bianca nube
danza intorno alla falce del cielo”

Nei suoi articoli parlava di Marie Taglioni, lunare e cristiana, inventrice delle scarpette rinforzate, di cui diceva: “È uno dei più grandi poeti della nostra epoca; ha capito magnificamente il lato ideale della sua arte. Non è una danzatrice, è la danza stessa». E parlava di Fanny Essler, pagana e solare.

Arthur Rimbaud arrivò a Parigi qualche anno dopo a cercare la poesia e capì che doveva invece andare “altrove”.

“La cosa più astuta è lasciare questo continente
dove la follia si aggira per fornire ostaggi a quei miserabili.
Io entro nel vero regno dei figli di Cam.
Conosco ancora la natura? mi conosco io?
Basta parole.
Mi seppellisco i morti nel ventre. Grida tamburi danza, danza danza danza!

Non vedo nemmeno l’ora in cui, sbarcando i bianchi, io cadrò nel nulla.

Fame sete grida danza, danza danza danza!”

Scrive cosi ne “Una stagione all’inferno.” L’ho tradotta due volte. La prima volta a vent’anni. Mi accordai a lui. Diede il passo. Da questa società borghese, che ha ridotto pure Cristo a “suocero” si tratta sempre di uscire, a passo di danza e poesia, facendosi “veggenti”.

I poeti si innamorano delle ballerine. Perché sono persone della danza.
(In realtà, anche un economista famoso come Lord Keynes sposò una ballerina, e vari duchi e granduchi ebbero favorite danzanti, dai Baviera ai Romanov, e poi ambasciatori etc. Il mitico coreografo del New York Ballet, George Balanchine -vero nome georgiano Balančivadze – fu a lungo animatore dei Ballets Russes per poi approdare negli Usa. Sposò quattro ballerine e mezza, nel senso che con la seconda non fu un vero matrimonio ma una lunga convivenza.)
Ma i poeti le amano perché sono loro sono poeti e loro ballerine. Non so se è chiaro, a me sì. I poeti amano queste donne “sogno”, non perché li strappano con la loro artificiale levità da una routine di affari e gravità, ma perché i poeti sempre sognano, soffrendo, a occhi aperti e costoro sono le uniche creature che abitano lo stesso spazio.

“Forse amai un sogno?” si chiede il Fauno di Mallarmé, in quel testo, l’Après-midi d’un faune, che segna la storia della danza, “prodotto” da Djaghilev musicato da Debussy e danzato da Nijinskj.

Gautier ebbe come amante Carlotta Grisi la prima ballerina del suo “Giselle” e poi anche la sorella di lei, altra ballerina, Ernesta che sposerà. Ma si reinnamorerà di Carlotta, quando lei si ritirerà dalle scene. Tra l’altro dedica una poesia a un orecchio di una danzàtrice, Caroline Fosrter. A Carlotta Grisi son dedicate le poesie dove compare la “violetta” simbolo del loro amore.

E quando Rainer Maria Rilke pensa a una poesia da tradursi in danza per Niijnsky cosa sta guardando? e quando ammirava le ragazze cambogiane danzanti mentre era “segretario” di Rodin e lui le disegnava?
E mentre guardava i due coniugi danzatori Alexandre e Clotilde Sacharov cosa vedeva?
Mallarmé scrive ispirandosi a Loie Fuller.
Esenin ha seguito (fino alla propria distruzione?) il passo di Isadora Duncan.
Pavese in una ballerina ha lasciato il cuore.

Io, ultimo, scrivo per te questo taccuino rischioso, nella danza trovo la radice della poesia, l’essere che trema per esistere, come il neonato… Il terzo. L’essere nel tempo.

Purché tu sia ballerina.

La piccola arpa delle costole
sentita con le dita

cerca forma in te, si oppone a ogni
incuria l’esistenza

la musica ti insegue, le dai
corpo e te ne vai, altra pioggia altra età

non siamo fatti per la fissità del cristallo

nella tua danza
si annidano i pianti
che non lasciamo uscire –

sono restato immobile, sotto
ogni ingiuria sole nero
per tenerti la mano, farti ballare-

lo sa chi fissa a occhi sbarrati la notte:
senza danza, senza danza nulla è vero…

III

Io e te, e questo taccuino di parole. L’amore è sempre generativo, lo diceva Platone. Non siamo più solo io e te. Con te avrei generato un figlio? Ne ho già quattro, splendidi che “danzano” la loro vita nel mondo…
Invece con te è nato questo strano racconto, per me con doglie simili a un parto, doglie di cuore e mente, e anche fisiche – un’analogia, rispetto il dolore sontuoso e micidiale delle partorienti. Ma non meno profonde.

Io e te siamo tre nel mondo.

In fondo e all’inizio c’è sempre il numero tre.
Nell’uno c’è il restare, c’è l’elemento senza il quale nulla può esistere ed essere misurato. Nulla può diventare ritmo. Lui ê la possibilità di tutto. È il non-evento raccolto in se stesso. È il danzatore al centro del palco, o dietro le quinte, fermo e vibrante, prima di tutto. È il pre-esistente. Il discreto, non appare. È il cetaceo nel fondo dei mari, se risale è fantastico e terribile. È “il fuoco e la rosa siano uno”. È la “unio” di Dante, che nella Commedia vede il BigBang al ralenti in un senso e nell’altro. L’uno, depositario di ogni sapienza, sa che se ne deve stare tranquillo al suo bar dell’Essere, il suo bicchiere e a fumare lì fuori. Finché tutti gli altri sanno che c’è lui in giro, sanno che si può sempre ricominciare.

Il due è l’inizio della musica, e l’uno solleva il capo, volta le spalle. Nel due c’è il dialogo ma ancora solo l’inizio del ritmo. Nel due c’è “ehi, sei qui?” e il silenzio, la sospensione degli occhi e del cuore che riconoscono la presenza dell’altro. C’è il non sono solo, c’è l’abisso splendente e tremendo della diversità. C’è la ferita, la faglia, e la possibilità che l’acqua corra nella ferita, nel canyon, nella fessura. C’è il sospetto azzurro della possibile amicizia, del possibile amore. C’ê la divaricazione e la tensione. Il due sono due ragazzi per strada pronti a sostenersi o a fare a botte. Il due è la trattativa, lo scambio di banconote al mercato, è il contratto, l’armistizio, è “bene, intesi, procediamo”. É l’occhiata del danzatore alla compagna o compagno prima di iniziate. Ê, come dice una bella poesia di Piero Bigongiari: “La mano in ombra la clessidra volse”. L’occhiata del primo violino al direttore d’orchestra. O del ragazzino che prima di scendere in campo si volta, dissimulando, quasi senza voltarsi, per vedere se c’è il padre a guardarlo. Il due è il momento dove l’inizio fende le onde dell’acqua del tempo e dello specchio.

Invece nel tre c’è l’uscita dalla linearità, il controtempo, il battito che inizia tutto. C’è non solo io e te. C’è l’uscita, generativa, dal due. Il tre è un albero da cui escono voli di uccelli. È le due direzioni in verticale e in orizzontale, la croce, e un corpo appeso. È un altro amico accolto al tavolo dove si beve. È che un bambino vi guarda dalla culla con occhi profondissimi e lucenti, non siete più soli. E tremate. Il due trema per l’evento del tre. Il tre è gioia e sofferenza dell’uno e del due. È la vita e la morte uno e due, e il tre è la resurrezione – più vita, più vita cercano i corpi che danzano. La loro vera gloria. Il goal che fa la differenza nei due. Il tre ridisegna l’uno nel due e l’uno nel due. Il tre ê il gesto dell’uno (corpo) che diviene due (inizio del tempo e nell’inizio c’è anche la fine) e decide (taglia il tempo e lo spazio, genera) un gesto, porta qualcosa.
La trinità è un fondamento della danza.

I greci avevano la triade choreutica a fondamento delle arti (musica poesia danza).
I piedi metrici greci (dattilo, anapesto, giambo, trocheo etc.) misuravano il ritmo della voce nel canto, anche nella poesia e del corpo nella danza. Praticavano danze in coro, canto e danza erano insieme, e componevano figure di teatro, e forme poetiche.

Nel due di corpo e musica accade il terzo: la danza.

Il nostro amore è danza?

Trinitario è il passo di danza che avvia l’esistenza. In principio era la danza.
Crederei solo in un dio che sappia danzare, scrisse Nietzsche, credendo di dirla grossa. Invece Shiva, una delle forme della divinità indù che crea il mondo danzando, lo guardava sorridendo.
Luciano di Samosata, un sofista di origini siriache ma frequentatore di Atene, intorno al 160 d.C. scriveva: ” La danza è al principio di tutte le cose; ha visto la luce insieme a Eros, perché questa danza primigenia appare già nel coro delle costellazioni, nel movimento dei pianeti e delle stelle, nei girotondi e delle evoluzioni che essi intrecciano nel cielo e nell’armonia del loro ordine”

Ma il fatto è che il Dio che esce dall’uno e accade nel due del tempo è danza, la sua possibilità. L’evento del tre.
Non ho mai sentito tanto movimento come quando mi sono fermato, fremente di viaggi e di storie, di fronte alla icona della Trinità di Rublev, a Mosca, al museo Tretyakov.
Da impazzire. Un assalto dentro. Ho dovuto lottare perché la consapevolezza d’essere io non si spegnesse. Quasi strapparmi da quel vortice per essere ancora qualcosa chissà cosa chiamato io. O era una resistenza a uscire da un io verso qualcosa di nuovo. Per avverare la poesia: “Io è un altro”. Una lotta amorosa con il Tre che non vuole ucciderti, ma segnarti di lui.

Il Tre e i suoi angeli danzanti ti raggiungono ovunque.

Chi lotta con l’angelo e vince, avrà un ritmo strano addosso. Leonard Cohen il cantante e scrittore lo ricorda ai suoi fratelli ebrei. Fate attenzione: colui che ha vinto è zoppo.

Gli amori veri hanno il passo ferito, incespicante. Vittorioso.

*

Da solo in giro per il mondo ho visto un sacco di gente danzare…

Samba, non un passo in più della gioia, non un passo in meno del dolore.
A Belo Horizonte nel locale mi chiamarono sul palco: dicci la poesia, poeta.
La piccola santa infermiera dei poveri delle favelas ballava anche lei sul tavolo.

Il tango, ballo con le tue bellissime ombre.

Le danze popolari, il salterello, la taranta, la farandola, i caroselli sono la solitudine e la gioia di incontrarsi che si fanno movimenti di farfalla. Un po’ folli, un po’ sacri, un po’ ubriachi.

Il valzer è scrivere un sogno in lettere d’oro e aria.

Il liscio è lo stesso sogno scritto con spighe di grano e risate nel fienile.

Il rock ‘n roll è il corpo che vorrebbe prendere il posto della musica.

Il twist è noccioline di scoiattolini amanti e pazzi di ritmo, ironia delle coppie su se stesse.

Il bolero è quel che marcia dentro la terra, con la terra addosso che diviene luce.

Il fado è un silenzio che fiorisce in un fiore, dentro un altro fiore, un altro fiore ancora, fino alla fine del pianto…

Il vorticare dei dervisci ha un punto fermo. E ne crea altri, infiniti, come fiori, come buchi da cui trapassa una luce.

La danza può rivelare tutto il mistero che la musica tiene nascosto. Lo ha scritto uno che ci prende sempre, Charles Baudelaire.

***

Il pulcino dell’essere pìgola nel corpo –

avvicinando le pareti, i fianchi,
diminuendo
vorresti sentirne finalmente
il verso, il tenue calore
la morbidezza tremante, ma
stringerti
fino a scomparire non è
rientrare nel prepartorire,
quando il pigolìo era
lo stesso battito del cuore

svanire è parvenza di sogno
di essere non io

e nemmeno l’unica via per rendere sopportabile
il momento fisso dell’addio –

chiedi non chiedi, afferro la domanda
prima che scompaia filo d’erba dalle labbra:
come diventare chiaroveggenti, come
tornare pigolìo?

ma stanotte nel paese che porta nome d’arcangelo
dammi il tuo cuore pulcino e falco,

dammi il tuo bacio lupo
sbrana il petto a morsi
sfascia in me la bocca il palco
cercando la buia magnolia
che all’alba ti viene negli occhi –

non avrò paura del tuo dono
chiuso in mille pacchetti

io so che è oro quel che temi
e cerchi, non temo
che mi ferisci, soverchi

so trovare le vene e le miniere
so del corpo tutte le lune a mezzogiorno
e le improvvise lucenti tempeste, le dolcissime
sere

so il veleno di essere se stessi

e il sereno di occhi chiari di mistero
più forti dei tuoi angeli ossessi –

stanotte nel portico che si spegne
io prendo il tuo pulcino, afferro
con un polso che si spezza nell’acqua
il tuo astro sommerso, e accetto
l’impossibile consegna, il patto
violento e benedetto