Viandanti sperduti. La preghiera alla Vergine

Viandanti sperduti. La preghiera alla Vergine

Matera, 10 settembre

Introduzione:

Buonasera a tutti, grazie per l’invito e grazie per quello che state facendo come segno positivo per la cultura italiana; perché il fatto che si sia riunita molta gente in un posto bello come Matera per leggere insieme Dante è un segno positivo per tutti!
Avete voluto scrivere “lectio magistralis di Davide Rondoni” ma, evidentemente, io sono un poeta. Scrivo poesie, non ho lo standing – come direbbero gli inglesi – per questa lectio. I miei saranno appunti, da scrittore, da poeta, se volete.
Avevo intenzione di fare alcune premesse poi leggere il testo di Dante.
Perché questo bisogna fare, stare sul testo. La prima cosa:

Dante è visionario:

Uno dei motivi dell’attrazione che Dante continua ancora ad esercitare a dispetto di tutto - perché tanti sono gli elementi della sensibilità contemporanea che effettivamente ci allontano da Dante, dal suo tempo, dalla sua cultura - a tutti i livelli, anche i più giovani ne sono attratti, è il fatto che la sua voce abbia dentro una cosa che chi è vivo, chi non si è ancora addormentato, avverte. E cioè il senso del rischio.
Dante è un uomo che inizia un viaggio perché percepisce dentro di sé un grande rischio, perché si accorge di aver sperimentato la vita come rischio, come cosa non scontata, come cosa in cui c’è l’eventualità di rischiare e di perdere. Qualsiasi uomo vivo avverte questa cosa perché la vita è un rischio e la materia di questo rischio è il senso stesso dell’esistenza.
Dante inizia questo viaggio, dalla selva, perché riconosce di essere in una situazione di sperdutezza, di rischio; perché ha vissuto un’esperienza che noi tutti un po’ conosciamo, per questo parla un po’ a tutti, nonostante la distanza, perché lui ha vissuto l’esperienza di aver visto un miracolo, Beatrice:

“cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare.”

Una cosa meravigliosa, una cosa bellissima, ha visto questa cosa e poi l’ha persa. Poi lei è morta.
E quindi Dante si trova nella situazione di uno che dice: “Beh, cos’è la vita, cos’è questa cosa, questo viaggio in cui mi è data una cosa, un miracolo, e poi mi viene tolto? Che cos’è?”
Dante è mosso da questa domanda, domanda rischiosa. Vuole conoscere che cos’è questa esistenza in cui ha incontrato un miracolo, che per lui è Beatrice ma può essere tutto. Un bene grande, una madre, un figlio, un padre, che all’improvviso viene meno, va via.
Dante è sperduto nella selva perché sta cercando una risposta a questa domanda.
La selva è un grande topos dell’iniziazione, come sapete. Dante si trova in questa condizione perché ha vissuto questa grande esperienza di perdita. Tant’è vero che scrive quella frase che a me fa tremare i polsi ogni volta che ne parlo, la scrive al termine della Vita Nova - dove racconta questo fatto di aver incontrato e perso B.: “Io spero che Dio mi dia abbastanza giorni per scrivere di lei quello che nessuno ha mai scritto per nessuna”.
Questo lo scrive perché capisce che tutta la sua vita sarà un grande tentativo di mettere a fuoco cosa è successo nell’incontro con B.; perché, scusate, cos’è la Divina Commedia? È un viaggio.
Un viaggio che un uomo fa per arrivare fino in faccia a Dio, in fondo all’essere, alla vita, per vedere cosa c’è. Lo fa rivedendo tutto, rigiudicando tutto, la sua vita e la storia. Lo riguarda e lo rigiudica. Perché la vita se non la giudichi non diventa esperienza.
Dante riguarda tutta la sua esistenza e la rigiudica. Perché attraverso questo viaggio fa diventare esperienza significativa la sua vita.
Come fai ad andare fino in fondo alla vita?
Puoi soltanto vivere intensamente il reale, per cercare di arrivare a capire cosa c’è in fondo.
E questo Dante lo fa muovendosi lui, ma ce lo mostra. Sente di fare parte di un tutto e mentre si muove lui, a differenza di quello che sentiamo noi di questa epoca, sa che si muove tutto.
Le costellazioni, le stelle, le stagioni, perché è un uomo che sente che tutto è in moto.
Dante si sentiva parte di una grande scena, in cui c’è il sole, le stelle, i pianeti. E tutto si muove.
Perché dico questo? Perché Dante è un poeta visionario, e cosa vuol dire, relativamente a Dante, avere una visione? Dante ha una strana elezione sicuramente, è un poeta, uno sciamano, un beato, un po’ tutto…
Per avere una visione o hai fatto uso di sostanze allucinatorie – e sono visioni a vanvera – o, ed è il caso di Dante, guardi il mondo, vivi il mondo, come una scena. E sono visioni che introducono al vero, al livello più profondo del reale.
E cosa vuol dire vivere il mondo come una scena?
La parola scena la usa anche San Paolo, non a caso. Guardare il mondo come una scena è chiedersi cosa abbia a che fare una cosa con l’altra, come gli eventi siano collegati. Come quando sei a teatro e guardando quanto accade ti domandi, per quanto in segreto o implicitamente, come le cose che vedi siano misteriosamente legate. A volte – e sono i film più avvincenti – il senso della scena in cui si sono succedute cose, colpi di scena, cose tremende e cose meravigliose, si comprende all'ultimo momento, pur se intravisto per un attimo. Se non guardi il mondo come una scena non puoi avere la visione. Avere la visione non vuol dire spiegare il mondo con una formula. Vuol dire avere colto il senso, direzione, destino. Senso vuol dire anche qualcosa che riguarda il sentire…
In Dante questo problema della visione è importantissimo. E la condizione della visione è guardare il mondo come una scena, anche misteriosa.

Il punto dove volevo arrivare è questo: il viaggio di Dante è visionario. I critici ancora si accapigliano per definire se avviene in sogno, se è una visione, o solo una finzione, un racconto di visione.
Noi non siamo più tanto abituati a vedere la vita nel modo in cui la guarda Dante, come una scena. Per noi, piuttosto, la vita è un flipper, ci muoviamo solo noi, che siamo la pallina, cercando di non sbattere contro ostacoli o contro le pareti. Lui no, è dentro un tutto che si muove. La scena, ce lo ricorda spesso il poeta, è abitata interamente da un movimento che lo riguarda.

Dante. Il nostro autore

Dante è il nostro autore.
La parola autore, che Dante usa non a caso per Virgilio, la parola autore è terribile. Ha la radice latina di augeo, aumentare.

Il problema della vita non è leggere, ma scegliersi i propri autori.
Perché non è detto che leggere molti libri aumenti la coscienza della vita. Un uomo dipende dagli autori che si sceglie e Dante è il nostro autore. Perché ha dentro qualcosa che fa aumentare la nostra vita.

La preghiera alla Vergine

Detto questo, con voi ho intenzione di leggere l’inizio della fine. La preghiera alla Vergine che inizia il trentatreesimo canto del Paradiso. Un testo meraviglioso.
Dante deve fare l’ultimo passo. Durante questo viaggio, rischioso, Dante si affida alle muse - pensate l’intensità, un cristiano che si affida alle muse, “vostro sono”, dice.
Poi il cammino si fa sempre più impervio e non bastano più le muse, non basta Apollo, e allora che fa? Si affida alla Madonna. Ma non solo ci vuole lei. Dante fa anche un’operazione retorica straordinaria: non la dice lui la preghiera, ma prende San Bernardo, il più grande pregatore di Madonne del tempo e gli fa dire la preghiera per sé. Mette in bocca ad un altro la più alta orazione da parte sua.
Ora ve la leggo tutta poi la commentiamo:

«Paradiso», canto XXXIII, 1-39

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio, 3
   tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura. 6
   Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore. 9
   Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace. 12
   Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali. 15
   La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre. 18
   In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate. 21
   Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una, 24
   supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute. 27
   E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 30
   perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi. 33
   Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi. 36       
   Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani! 39

È un testo meraviglioso.
Si potrebbe fare una lunga disquisizione sul suo valore teologico, a parte queste disquisizioni teoriche c’è il fatto che quando si leggono le poesie, e questa è poesia, bisogna guardarle non solo dal punto di vista del significato immediato.

“Vergine madre”, sì. È la definizione teologica della Madonna, ma io mi sono chiesto:
cosa c’è di così affascinante in questo “Vergine Madre, figlia del tuo figlio”, e mi son risposto.

La verginità è ciò che desideriamo tutti, il nuovo, l’intoccato, ciò che non è rotto. La neve quando non ci sono in impronte ci piace. Amiamo questo aspetto della realtà ancora nuova, che inizia.
L’uomo è attratto dalla verginità del mondo. Però dice anche “madre”!
Perché noi siamo anche attratti da ciò che rompe il tempo, e che perciò stesso genera e separa.
Nella Madonna c’è tutto quello che desideriamo, c'è sia la verginità che il tempo. E poi, a parte la disquisizione teologica, in questa immagine ci viene mostrata una verità esistenziale: si vede come una madre rinasca dai propri figli. Una madre è in qualche modo figlia dei propri figli, ne viene rigenerata. Infatti, quanta vita viene tolta ma anche ridata ad una madre dai suoi figli?

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio.

Io mi son fermato anche su questo verso, cosa vuol dire “termine fisso”?
La parola termine in italiano è meravigliosamente ambivalente. Infatti, termine vuol dire "parola", il termine che usiamo. Ma vuol dire fine, meta, destino, o il terminal.
E l’eterno consiglio? È l’eterno consiglio di Dio. Il pensiero, misteriosissimo, di Dio.
Questo eterno pensare di Dio a un certo punto si fissa, come un innamorato, si fissa sulla Madonna, su Maria.
La Madonna è dunque il termine - un nome, un destino - su cui si è fissato il pensiero di Dio.
E perché Dio si fissa su Maria?
Perché il pensiero di Dio, come quello di tutti i padri, è volere il bene dei propri figli. Ed essendo Dio, quale è il bene dei suoi figli?
Amare Dio.
Il bene dei figli di Dio è dunque che amino Dio.
Ma non ci può essere un amore obbligatorio. Amare o essere amati obbligatoriamente non ha senso, non funziona, non è possibile. Dio, dunque, si struggeva per il problema di farsi amare dagli uomini, da noi, non obbligando, non sottomettendo, ma liberamente.
Per questo si fissa su Maria. Perché occorreva il “sì” libero di una. Occorreva.
Per iniziare una storia di amore libero tra gli uomini e Dio occorreva il “sì” libero di una ragazza. A lei Dio si è rivolto come un fissato. Come quelli che si innamorano e che si fissano su una presenza.
Questo per Dante è il nucleo del cristianesimo. Una storia di amore libero. E infatti manda in terra l’angelo e Maria ha dovuto scegliere tra “sì” e “no”. E dice “sì”.
Questa è la grandezza di Maria, dire “sì”.
Il primo “sì” libero della storia d’amore tra Dio e i suoi figli.
Ed ha cambiato il corso della storia, non è più Dio che sottomette i suoi figli. Dio chiede il “sì” libero dei suoi figli.
E poi, sentite che bello:

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Sta dicendo che il fiore del Paradiso è nato tra le gambe di una donna.
Dal ventre di questa donna è nato quel che è poi diventato il fiore del Paradiso.

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace

Questo è un verso bellissimo che, tra l’altro con un gioco retorico abilissimo, Dante copia a Bernardo. È lui, infatti, che ha accostato Gesù alla fontana della speranza.
Dante lo prende e lo cambia. Ed è bellissima quest’immagine, associa alla Madonna una fontana vivace, che non smette mai di dare speranza.
Poi dice: Donna – bellissimo questo modo medievale, signora, domina –

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

Donna, tu sei così buona che soccorri prima che uno arrivi a domandarti, e poi c’è questo bellissimo momento:

 In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate

Ascoltate la musicalità, e guardate questo movimento, questo aumento:
In te la misericordia, in te la pietà, in te la magnificenza, in te tutto!
È come se Dante si fissasse, come se dicesse:
Come sei bella, come sei bella, come sei bella!
Il terzo “come sei bella” è di più del primo! È una ripetizione che aumenta, ed in questo caso Dante dà anche un insegnamento di vita. La vita, infatti, è fatta di ripetizioni, anche per chi ha una vita movimentata. La vita è fatta di ripetizioni, ma il ripetere può avvenire in due modi. Ci sono ripetizioni che fanno aumentare o che fanno perdere.
In Dante c’è questo aumento. Non sa più cosa dire, quasi rompe tutti i limiti…

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una, 24
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

Or questi – S. Bernardo parla ed indica Dante –
da l’infima lacuna – qui i critici sono un po’ divisi. C’è chi dice che tale "infima lacuna" si tratti del fondo dell’Inferno, chi della stessa terra – fino a qui ha vedute le vite spiritali ad una ad una – anche questo è un verso che a me ha sempre colpito.
Dante, infatti, sta arrivando alla fine del suo viaggio, ha più di cinquant’anni, ha impiegato tutta la sua vita per arrivare qui. Per campare stava sotto i signorotti di Ravenna, i signori da Polenta, e si occupava degli scambi commerciali tra Venezia, Cervia e Ravenna, per il sale delle saline di Cervia. E io ho sempre detto tra me e me: “Pensa questo poveraccio che mentre stava scrivendo il Paradiso doveva stare lì a occuparsi di sale e…”
In quel momento S.B. nomina le vite spirituali ed è come se Dante volesse farci vedere i volti di tutti coloro che ha incontrato nel viaggio, velocemente, in flashback…
E S.B. supplica la Madonna per conto di Dante, che lui, Dante, possa arrivare più in alto, fino all’ultima salvezza, e possa vedere finalmente cosa c’è in fondo alla vita, in fondo all’essere.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 30
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.

E guardate cosa fa dire a S. Bernardo. Dante fa dire a Bernardo che lui non era mai stato così arso dal desiderio di pregare come lo è ora, pregando per Dante.
Porge alla Madonna le sue preghiere e si augura che siano a sufficienza.
Pensate quanto tutto ciò possa essere compromettente per un uomo del suo tempo, Dante prende S.B. e lo fa pregare per sé in questo modo. Non è una cosa proprio scontata, vuol dire che in palio c’è qualcosa di importante, oppure Dante è un pallone gonfiato.
Dobbiamo capire la potenza dell’operazione che D. sta compiendo.
E poi, l’uomo è fatto per il sommo piacere, per questo nessun piacere gli basta.
In tutti i piaceri sentiamo un piacere che ci piace. La verità, che noi siamo fatti per l’infinito, la sappiamo perché l’infinito lo abbiamo pregustato. L’uomo è fatto per l’infinito non perché l’ha pensato ma perché l’ha già sentito, per questo lo cerchiamo.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Cosa sono questi affetti? Gli affetti per l’uomo medievale sono il legame con il reale, e qui S.B. sta dicendo una cosa meravigliosa, perché siccome Dante dice di voler andar a vedere Dio in faccia, e fa pregare la Madonna da S.B. affinché, poi, dal viaggio, Dante ritorni come prima conservando il suo legame col reale, col terreno.
E poi ancora – punto che personalmente commuove tantissimo, tant’è che spero di non piangere anche questa volta – la grandezza di Dante eccola nello scegliere il momento in cui mostrare per l’ultima volta Beatrice. All’interno della preghiera alla Vergine!
Lui ha preso il nome della donna che ha amato e l’ha messo dentro la preghiera alla Vergine, operazione d’azzardo. Tant’è che Petrarca lo rimprovera.
Invece in questa preghiera Dante decide di fissare questa donna, da venti a cinquant’anni lui ha scritto per lei, ricordiamolo. E scrive queste parole:

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!

Dante fa vedere questa ragazza, in mezzo alla folla dei beati non da sola, non fa il monumento a lei, la mostra in mezzo alla folla, come la prima volta che l’ha incontrata a Firenze.  Beatrice è lì e chiude le mani in un Amen. Perché l’amore è un amen, per Dante Beatrice è stata un “così sia il tuo viaggio”. E l’ultimo gesto in cui la fissa è questo Amen che lei rivolge a lui. Perché l’amore per una persona è l’amore per il suo destino. Un Amen, un “così sia”…
E il viaggio che Dante farà di lì a poco e quello di andare di fronte tre cerchi dove per un attimo vede un’effige umana.
Dice alcune cose che voglio segnalarvi, lui è lì con questa domanda:
Questo viaggio dove mi ha portato?  Cosa mi dice della vita?
Arrivato di fronte questi tre cerchi dice:

Quella circulazion che sì concetta 
pareva in te come lume reflesso, 
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso, 
mi parve pinta de la nostra effige.

Lui vede nell’eterno, nell’eterno una faccia umana. L’eterno ed il carnale non sono separati,
poi i pareri sono contrastanti. C’è chi dice che Dante veda il carnale nell’eterno, c’è chi dice che parla dell’incarnazione, il mistero cristiano. Altri dicono che vuol dire che nell’uomo c’è qualcosa di eterno. In realtà ognuna di queste interpretazioni include le altre come possibilità, non le esclude. E poi usa anche un'altra immagine molto bella, quella del geometra:

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige 
per misurar lo cerchio, e non ritrova, 
pensando, quel principio ond' elli indige,-

cioè, il geometra non sa dove inizi il cerchio -

tal era io a quella vista nova: 
veder voleva come si convenne 
l'imago al cerchio e come vi s'indova;-

non sa dove inizia il cerchio perché tale era la vista nuova, inventa addirittura un verbo: “s’indova”.
Una faccia umana nell’eterno s’indova, s’incastra, prende luogo, prende dove, l’eterno nel temporale, nel tempo…
E Dante capisce che questo è il punto massimo, che non si può vedere oltre tant’è che dopo aver avuto questa visione si spegne tutto il cinema della commedia con delle parole che hanno a che vedere con la grande metafora erotica, hanno a che fare con l’esperienza d’amore, col linguaggio retorico-erotico, perché dice:

ma non eran da ciò le proprie penne: 
se non che la mia mente fu percossa 
da un fulgore in che sua voglia venne.

È talmente il desiderio che viene.
Oh! Il venire, viene tanta era la voglia!!
Punto. Di più non si può fare e infatti conclude:

A l'alta fantasia qui mancò possa; -
dopo il venire lo spossamento, la mancanza di forza -
ma già volgeva il mio disio e 'l velle, 
sì come rota ch'igualmente è mossa,
l'amor che move il sole e l'altre stelle.

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