“E mi sovvien l’eterno…” – L’Infinito

“E mi sovvien l’eterno…” – L’Infinito

Lezione tenuta ai Colloqui Fiorentini 2019

Come sapete, circa 200 anni fa, un ragazzo giovane andò dietro casa sua e come accade spesso ai poeti, cominciò a prendere degli appunti. Addirittura i primi appunti, a volte, si prendono in prosa, come faceva Leopardi (un’idea, una parola, un andamento di parole). Inizia a prendere appunti su quella che diventerà una poesia che tutti conosciamo, o meglio, pensiamo di conoscere. Dice:

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.[1]

 

[1]G. Leopardi,  L’infinito, in Canti, in Poesie di Giacomo Leopardi, cit., p. 94.

Questa è una poesia magnetica tutte le volte che ce la si dice, io in questi mesi me la son ripetuta molte volte girando per il mondo: nelle stazioni, nei bar, negli alberghi, ed è una poesia, appunto, magnetica, ha una forza strana. Ho scritto un libro su questa poesia, ma non mi sono portato degli appunti, perché quando si ha a che fare con una poesia così non si può arrivare troppo armati: devi accettare che il corpo a corpo con il testo o con la voce che la dice, sia un corpo a corpo a mani nude, senza troppi argomenti già pronti. Certo, ne ho parlato anche ieri sera, ne ho parlato in altri posti, ne sto parlando spesso di questi giorni, ma mi accorgo che mi succede questa poesia: perché le poesie succedono. Sono come degli alberi, come uno che si mette a ballare, la poesia non è un testo scritto su una pagina, semmai ne è la sua testimonianza, il suo testo, ma la poesia innanzi tutto è un evento, ed è un evento di parole, la poesia è l’arte della parola. Oggi, siamo la generazione umana che si scambia più parole in tutta la storia dell’umanità: le tre o quattro aziende più ricche del mondo han fatto dei soldi con le parole: Facebook, Amazon, Google. Perché l’uomo è un essere di parola – nonostante quello che dicevano spesso i sociologi che pensavano rimanessero solo le immagini – perché tutte le esperienze che fa, tornano, o possono tornare eventualmente, alla tua consapevolezza attraverso le parole. È vero che diciamo: «una lacrima molto spesso esprime più di tante parole», però poi dobbiamo, appunto, dirla quest’esperienza, non basta viverla. Le parole ci sono date perché le esperienze che facciamo non siano più un mero capitare di cose, ma diventino veramente esperienza. Se non hai le parole giuste per nominare le cose che vivi, le cose che vivi non le afferri, non le gusti fino in fondo. Per questo, le parole e l’arte della parola, sono la cosa più importante del mondo, perché è il modo in cui tu puoi accorgerti di più di quello che vivi e ci sono cose, L’Infinito è una di queste (l’esperienza dell’Infinito, il problema dell’Infinito), che non puoi dire stando altrove dalla poesia, stando altrove da un linguaggio poetico. Di certe cose non puoi chiacchierare, le uccidi: se parli d’amore in modo banale, lo uccidi l’amore, per questo i pettegoli andranno all’inferno, sicuramente. Se parli della vita di una persona in modo stupido, stai uccidendo l’esperienza che puoi fare della vita di quella persona. Per questo le parole sono importanti e di certe cose si può parlare solo poeticamente, questo lo sanno bene anche i nostri amici scienziati, che quando si avvicinano a parlare delle cose più importanti che cercano iniziano ad usare delle metafore poetiche: Big Bang è una metafora poetica, materia oscura è una metafora poetica, luce fossile è una metafora poetica, brodo primordiale… son tutte metafore poetiche. Perché la nostra vita è fatta in un modo che ad un certo punto non sopporta più le chiacchiere: i poeti son quelli che a un certo punto fanno capire che le chiacchiere devono finire, non bastano. È bello chiacchierare e conversare con gli amici, ma a un certo punto occorre un altro modo di parlare se vuoi veramente vivere fino in fondo certe cose. Infatti, quando Lauretano prima chiedeva: chi è il poeta? Quello che arriva alla festa e dice: «ricordati che devi morire». In fondo ha ragione, però, vediamola così, il poeta è quello che arriva alla festa e dice: «c’è qualcosa da bere», e intanto si parte così, poi dice: «guarda quella ragazza, guarda com’è bella», poi dice: «guardala veramente, non dare un’occhiata, guardala veramente. Con quali parole puoi dire quegli occhi? Con quali parole puoi dire quella vita? Con quali parole puoi dire l’incanto che ti suscita?» Questo fa il poeta. Allora, ti obbliga a guardare meglio le cose e a cercare le parole per vivere meglio, più profondamente le cose, senza censurare. Quindi, anche senza censurare l’aspetto che le cose muoiano. E qui torniamo sul testo di Leopardi.

Perché Leopardi va dietro casa sua, prende gli appunti e inizia a scrivere questa poesia straordinaria? Una cosa è chiara. Leopardi parte, lo sappiamo perché lo dice, ma è talmente ovvio che poteva non dirlo. Leopardi, siccome era un artista, non voleva dire la sua vita in modo complicato, voleva fare un’opera d’arte che serve a far parlare la tua vita non la sua: la sua vita l’ha vissuta lui e sono fatti suoi. Il fatto tuo è la tua vita quindi il problema è come le parole di uno parlano della tua vita, questo diventa interessante e anche un po’ più difficile. La didattica di oggi prevede più uno studio della biografia dei poeti, perché è più comodo – sarebbe più scomodo fare i conti con delle parole che parlano di te anziché con parole che devi leggere per andare a decifrare quel poeta cosa voleva dire quel giorno. Un grande poeta americano, Collins[1], in una maniera un po’ simpatica dice: «finalmente la 3A di tal liceo di una cittadina del Colorado, ha capito cosa voleva dire veramente Keats»[2]. Fa ridere perché il problema non è capire cosa voleva dire veramente Leopardi, il problema è capire quel testo cosa dice di te. Questo inevitabilmente porta, innanzitutto, a comprendere il testo, ma non far finta di immedesimarsi in Leopardi che è un uomo di duecento anni fa con cui non hai niente a che fare: devi immedesimarti finalmente con te, che è la cosa più difficile, perché noi molto spesso viviamo fuori di noi. Invece, quando leggi una poesia devi, finalmente, immedesimarti con te, non con l’autore, semmai con quel livello della vita e della coscienza dell'autore che ti accomuna con lui – quindi lascia stare la sua vita, occupati della tua, che è più interessante. Leggere l’Infinito parte da una cosa che nella nostra vita tutti sappiamo, anche Leopardi l’ha scritto, ma la frase che potremmo sottoscrivere tutti, dire tutti, è: «dove trova piacere l’anima aborre che sia finito».

Aborre, cioè ha orrore, gli fa schifo, gli dispiace che quella cosa che lui ama, finisce. Dove trova piacere l’anima, nel senso di una cosa di cui dici «è bella, peccato che sia finita». Ieri a Bologna è morto un bambino di due anni cadendo dal carro di Carnevale, quando succede una cosa così non è che prendi atto, ma aborri, dici no, ti dispiace, non dev’essere così. Se lei ti lascia ti dispiace, se finisce la Nutella ti dispiace. L’anima ha trovato piacere, con la parola piacere s’intende quello che voleva dire Leopardi, è il piacere profondo. Se finisce la giovinezza ti dispiace, o meglio, devi capire come fare per farla continuare. Leopardi parte da questa presa d’atto: il fatto che aborriamo la fine delle cose che amiamo, identifica in noi il problema dell’infinito, sennò prenderemmo atto e basta. Se fossimo fatti solo di fine e per la fine, non ci sarebbe il problema. Prendi atto: il bambino è morto, lei ti ha lasciato. Invece capisci che nella tua natura c’è un’idea che questo non ti vada bene e quindi, c’è il problema dell’infinito. Accanto a questa consapevolezza elementare – non bisogna essere grandi filosofi per capirlo – c’è un’altra evidenza, meno "evidente", ma che Leopardi sapeva, essendo un ragazzo che aveva anche studiato, ma noi lo sappiamo ormai più chiaramente di lui: da una parte c’è questo aborrimento del finito, dall’altra parte c'è il fatto che in natura non c’è nulla d’infinito: i mari finiscono, l’infinito ha 14 miliardi di anni (non è infinito, ha un’età), sappiamo che il nostro universo finirà, la vita dei miei figli finirà anche se li amo infinitamente, non c’è nulla d’infinito. Nella natura non c’è nulla di infinito.

Allora, come si fa? Il problema di Leopardi si situa esattamente a questo livello. Infatti, lui va dietro al colle: è un inizio straordinario, a cui noi facciamo poco caso perché a volte quando le poesie le conosciamo, o pensiamo di conoscerle, diamo come per scontato che le parole avessero quell’ordine; invece no, poteva iniziare in migliaia di altri modi. Se ci pensate la poesia dell’infinito inizia con la parola sempre. Nella prima versione lui aveva messo è: Sempre caro mi è, ma questo è, era un po’ troppo piatto, quindi mette il fu che fa più fondamento di tempo, è più grande. Questo fu poi risuona con ultimo orizzonte, che è nel secondo verso. Sempre caro mi fu quest’ermo colle / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude: c’è qualcosa che sembra negarti l’accesso a qualcosa di infinito, che il tuo sguardo vorrebbe abbracciare, la natura (la siepe) ti esclude lo sguardo. Uno dice: se c’è la siepe cosa fai? Ti sposti, vai di lato, prendi una sedia e ti alzi. Invece Leopardi, come sapete, dice: ma sedendo e mirando. Come sedendo e mirando? Che tipo di sguardo è quello di uno che si siede e quindi sta pensando (se avete in mente un po’ di storia dell’arte: Rodin[3] e altri). L’uomo seduto è l’uomo che pensa. Quindi il mirando è un guardare che ha a che fare col pensiero, non è un puro senso. Come dicevo prima, è un guardare che già riflette, col linguaggio, su di sé. Sedendo e mirando cosa? Interminati, che è proprio lì a fine verso: questa poesia è proprio come una danzatrice che balla: interminati, e poi va a capo. […] di là da quella, e sovrumani / silenzi: un gesto a fine verso. Lui dice: provo a guardare, pensando, qualcosa che è di là dalla siepe, queste cose che sono infinite, o che spero siano infinite. Cos’è un sovrumano silenzio? L’hai mai sentito un sovrumano silenzio? Quando? Cosa stava succedendo perché in te o intorno a te si creasse un sovrumano silenzio? L’altro giorno ero in una scuola e il preside mi diceva che hanno sentito un sovrumano silenzio quando è capitato un incidente ed è morto un ragazzo della scuola e la mattina dopo era irreale il silenzio a scuola perché nessuno sapeva cosa dire e invece bisogna parlare. Bisogna parlare anche quando succede qualcosa che sembra togliere la parola, occorre che qualcuno, che sia un poeta, un professore, che sia uno straccio di preside, qualcosa dica, perché se si lascia solo il silenzio, come diceva una grande filosofa, Simone Weil[4]: «solo la sventura è muta». Vuol dire che accetti la sventura come unico orizzonte. Leopardi sta dicendo sovrumani / silenzi, e profondissima quiete: provo a immaginarmeli. Nel pensiero mi fingo: voi sapete tutti, qui, fingere non vuol dire mentire, prendere in giro, qui è come fiction, mi creo immagini, provo a creare un’immagine nel pensiero di quello che non vedo. Non vedo questi sovrumani silenzi, questa profondissima quiete, queste realtà che possono suggerirmi una idea (da orao, che in greco è vedere) dell'infinito, non vedo. La natura mi vieta di guardare questa cosa. Provo a immaginare: quante volte noi abbiamo provato a immaginare? Capite che questa poesia si sta componendo ai nostri occhi. Siamo a metà, e a metà c’è questo sforzo del pensiero: provo a fingermi qualcosa di infinito, a farmi un’immagine di qualcosa di infinito componendo nella mia mente cose indefinite. Infatti, vedete che le parole già in questa prima parte, sono cose un po’ immaginarie: un sovrumano silenzio, una profondissima quiete, l’ultimo orizzonte. Conosci un orizzonte penultimo? Perché mi dici ultimo? L’orizzonte è ultimo, per natura è ultimo. Perché evidentemente, oltre a suonare con la U (fu, ultimo), che dà un senso di profondità, mi stai dicendo, Leopardi, che questo ultimo orizzonte non è l’orizzonte che vedo naturalmente, ma è come se fosse un orizzonte più in là, un orizzontissimo, è già termine di immaginazione. Infatti, nel pensiero mi fingo queste cose, provo a immaginarmi l’infinito, perché non voglio che sia finita la vita di quel bambino e provo a immaginarmelo come può essere una vita. I genitori hanno scritto una cosa su Facebook dicendo: «Power Ranger (perché era vestito così), adesso giochi in paradiso». Uno può dire: stanno provando a immaginare una cosa infinita. Cos’è questa cosa? Un’immaginazione? E anche Leopardi sta provando a immaginarsi qualcosa al di là della siepe.

I testi si chiamano così perché la parola deriva dalla tessitura, tessuto, è una composizione, l’arte è sempre composizione: Dio crea, l’uomo compone i suoni, i colori, le parole, i vestiti, l’uomo esprime la sua creatività componendo. De Sanctis afferma che Leopardi dice delle cose terribili, il pessimismo di Leopardi, anche se, anche mia nonna quando pregava diceva: «in questa valle di lacrime», quindi è pessimista come mia nonna. Però mia nonna nella vita non è che si è buttata dalla finestra, perché non è un pessimismo nichilista quello di Leopardi, è un pessimismo biblico, di altra natura. Tutta l’arte è composizione, per cui anche quando dici le cose più tristi del mondo, perché la vita è fatta di cose tristi e i poeti non censurano nulla, ma anche quando ti dicono delle cose terribili (come dice De Sanctis di Leopardi), chissà perché, leggendo queste cose è come se ti venisse più entusiasmo della vita, una forza vitale in qualche modo. Perché? Perché l’arte è sempre composizione e il suo aspetto dell’essere composizione prevale come forza che ti si comunica rispetto al contenuto stesso dell’opera. Cioè, ti si può anche parlare di una cosa tristissima, ma se la composizione che faccio è bella, quello che ti comunico è più vita, non più tristezza, è più energia, perché è una composizione. Per questo l’arte non potrà mai essere nichilista, perché è un gesto compositivo; per questo gli scettici e i nichilisti ce l’hanno con l’arte, perché essa è sempre compositiva, non può mai essere in sé un gesto né nichilista né scettico. Prevede la fiducia: se leggi Leopardi ti stai fidando delle sue parole. Non puoi fondare tutta la società e tutta la vita sullo scetticismo se ti piace l’arte, perché l’arte è un patto di fiducia subìto. Se andate a Milano a vedere la mostra di Antonello da Messina, di quei quadri ti fidi, non è che non ti fidi. L’arte non prevede il nichilismo. Per questo una società come la nostra, scettica e tendente al nichilismo che apparentemente ama l’arte, poi chissà come mai, il 60% dei ragazzi non fanno arte al liceo. Perché in Italia non si fa arte? Perché l’arte viene ridotta a storia dell’arte? Storia della letteratura? Perché? Perché siamo dentro ad un contesto culturale fondamentalmente scettico e nichilista e bisogna, in qualche modo, anestetizzare l’arte: fartela studiare fino a fartela odiare, farti studiare la storia della letteratura, non farti fare l’esperienza estetica della letteratura.

Leopardi sta immaginando, sta provando a immaginare e proprio a metà della poesia dice che prova a fare questo grande sforzo di immaginazione; un po’ come i genitori di quel bambino: provano a immaginare. Poi dice: ove per poco / il cor non si spaura. Qui, Leopardi è veramente un mago, sembra quasi un regista di gialli: non sta dicendo «e il cuore si spaura», troppo facile. Dice che il cuore si sta per spaurare: avete presente qualche film horror dove cominci a stare male mezz’ora prima perché sta per arrivare l’orrore? Leopardi è un regista del sentimento, pensate al Sabato del villaggio quando dice che l’uomo si confonde quasi col nulla. Leopardi marca sempre su questo “quasi”, la cosa sta per arrivare, la cosa sta per succedere, così tu la senti ancora di più. In un film dell’orrore ti fa quasi più paura il prima che la cosa in sé, quando succede la cosa, ormai è già passata. Leopardi è un genio dell’imminenza dell’esperienza: ti fa cogliere le cose mentre stanno per succedere: ove per poco / il cor non si spaura. Come la frase dello Zibaldone che dovreste scrivere ovunque: «quando l’uomo alza gli occhi al cielo vede queste stellate strepitose e sente quanto è piccolo, ma proprio nel momento in cui sente quanto è piccolo dimostra la sua grandezza, perché solo lui si sente piccolo nell’universo» (i carciofi non si sentono piccoli, i cerbiatti non si sentono minimi, neanche il Monte Bianco si sente piccolo, noi sì, abbiamo il senso di questa sproporzione, ma siamo gli unici coscienti di questa sproporzione, per questo siamo grandi, la nostra grandezza sta nella consapevolezza). In quella frase di Leopardi, in quel momento in cui l’uomo sente questa piccolezza dimostrando la sua grandezza avendone coscienza, vuol dire che la nostra vera grandezza è quando abbiamo la consapevolezza di essere piccoli. Questo vuol dire, tradotto in termini esistenziali e semplici, la tua vera grandezza è quando sei umile. Non umile di temperamento, nel senso che ti senti vicino alla terra, ti senti più creatura che artefice. L’uomo, in quel momento, si confonde quasi con nulla (ove per poco), e mi son sempre chiesto: come quasi nulla? O è quasi o è nulla. Se ci pensate è tutta una contraddizione, Leopardi è una contraddizione continua, è un contraddittorio perché la vita è contraddittoria, perché la vita non si risolve da sola, vivere non basta a vivere. E infatti, Leopardi dice: l’uomo è quasi nulla. Quindi è nulla o quasi? Prova a dire a una ragazza: «sei quasi bella!» Il quasi è uno strano avverbio che ti dà la cosa e intanto te la toglie, questo è il problema che Leopardi ci mette sempre di fronte perché la vita è quasi. All’esame di maturità, quando vi diranno di dire la poetica di Leopardi, voi, invece di parlare del nichilismo cosmico e di quelle cose un po’ banali e un po’ anche superate dalla critica, dite: «Leopardi, quasi». Se quello non capisce è la dimostrazione della crisi della scuola italiana. Siamo a metà della poesia e io mi chiedevo rileggendola, ed è il motivo per cui ho fatto il libro, ma perché uno che è a metà della poesia quasi si spaura, alla fine naufraga dolcemente? Sono due cose ben diverse. Qualsiasi cosa proviamo a immaginarci su queste due espressioni: spaurarsi e navigar dolcemente. Non sono simili, evidentemente indicano esperienze molto diverse. Quindi, cosa succede in questa poesia? Perché uno che a metà si spaura provando a immaginare l’infinito, poi mi dice che nell’infinto naufraga dolcemente? Cos’è successo? Cos’è andato in scena in questa poesia? Tenete in mente che nella cultura greca, ἄπειρον (ápeiron) era l’illimitato; i greci, come tutte le grandi civiltà, sono degli amanti della forma, perché non esiste vita senza forma, non esiste una vita senza limite. Le forme son sempre frutto di un limite, i versi, la giacca… tutto ha un limite, per questo ha una forma, sennò sarebbe tutto fantasmatico, infatti i greci odiavano ciò che era illimitato, addirittura odiavano il mare, l’oceano. Tenete presente questa cosa e Leopardi lo sapeva. È come se la prima parte della poesia avesse a che fare con questo infinito pauroso, un infinito che mi sottrae i confini della vita e quindi, in qualche modo se me lo immagino, provo a immaginare una cosa infinita, informe, fantasmatica, è chiaro che il cuore si spaura. È un Leopardi greco fino a questo punto, è un Leopardi che ha in mente questo nobile aspetto della cultura greca, perché è vero: se una cosa non ha forma è paurosa, in qualche modo.

Perché questa cosa che è paurosa, alla fine diventa una cosa in cui naufrago dolcemente? Questo è il motivo per cui ho dato al libro questo titolo. Che pochissimi lettori di Leopardi notano: E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando. È un’altra scena, succede una cosa: succede il vento. Appena il vento, come il vento odo stormire, ascolto stormire, io smetto di fingermi l’infinito nella mia testa, smetto di fingermi l’infinito del tempo dei miei figli, delle persone, smetto di immaginarmelo perché non ce la faccio, e faccio un’altra cosa: comincio a comparare (vo comparando). Che cosa? Questa voce tra le piante che mi è arrivata con ciò che mi sfugge. Un segno sensibile, una cosa che ha forma, perché la sento e per quanto carica di mistero, la vedo e posso averne esperienza. Il vento tra le piante. Se avrete pazienza di studiare veramente Leopardi vedrete che dietro c’è la grande cultura biblica di Leopardi che dice che i libri della sua giovinezza sono Omero e la Bibbia. A diciannove anni, quando scrive l’Infinito, ha appena scritto l’Inno ai patriarchi; ha avuto a che fare continuamente coi testi biblici. Questo vento tra le piante è ne Il libro dei Re e il profeta Elia si chiede: «dov’è la voce di Dio? Nel terremoto? No. Nella tempesta? No. È nel vento lieve tra le foglie». È una citazione quasi biblica. Arriva questo vento, sia la voce di Dio o non so di cosa, è un segno che sento e allora vo comparando. Noi conosciamo comparando le cose: più alto, più basso, più piccolo, o mettendole in relazione tra loro. La comparazione non appartiene più alla finzione, appartiene alla conoscenza, al cercare di vedere, di comprendere. Vo comparando che cosa? Un segno che vedo, con qualcosa che non vedo. Noi viviamo così normalmente e non ce ne accorgiamo. Se io chiedo a questa ragazzina qui davanti, Nicole, «mi dici com’è l’amore di tua mamma?». Non me lo può dire, non può dire che pesa 15 Kg, è alto 1,20 m l’amore della mamma… non può descrivermi così una cosa così importante della sua vita. Così come l’amicizia, l’amore per il tuo moroso, la tua morosa. Come fai a descrivermelo? Mi dici i segni: «la mia morosa mi vuol così bene che, per la prima volta, si è ricordata che bevo il caffè senza lo zucchero»: è un segno. Poi i segni vanno interpretati, i segni richiedono la libertà della vita, la disposizione, il non coltivare il sospetto tipico dello scettico. Il problema del segno in questa poesia è potentemente presente. Le cose più importanti le conosciamo per segni, i segni non sono i simbolini (spingi qui e funziona questo: non è un segno, è un simbolino funzionale), è quella cosa per cui occorre la libertà, c’è il rischio dell’interpretazione e c’è il rischio di sbagliare. È una cosa umana perché prende sul serio la libertà, perché la tua vita non è una cosa che funziona con un bottone: il segno è il modo di conoscere più umano che ci possa essere. I segni più semplici: «rosso di sera, bel tempo si spera», è un segno. Oppure, «si è ricordato una cosa»: tu Dio non lo vedi passare per la strada, ma forse i segni ci sono. È chiaro che i segni si vedono se stai attento. In questa poesia c’è un passaggio molto bello, se notate, ed è il fatto che nella prima parte si parla di vedere (mirare, immaginare), lo sguardo, che è il nostro senso più ordinativo (apro gli occhi e vedo il bicchiere, le persone) perché ordino il mondo secondo il mio punto di vista, sono io il protagonista, sono io che guido, detto un po’ banalmente. Con la vista faccio così. Con l’udito non succede, o meglio, non sempre. Se dal telefonino della signora qui davanti a me partisse un immortale successo come L’estate sta finendo dei Righeira, mi trasporto a Cesenatico nell’82 su un pedalò, perché quella canzone mi porta là. Con l’udito succede questo, a volte è l’udito che riporta. Non a caso in questa seconda parte, il segno è di tipo uditivo: ti sorprende, è un segno dove la tua attività è minore, devi stare attento. Succede questo segno e allora: vo comparando. Vado a cercare dal segno cos’è quella cosa. Dal segno dell’amore di mia madre capisco quanto è grande. Mi comparo. Se tu mi dai uno schiaffo, comparo il segno con quello che tu stai provando per me, non è che vedo il tuo odio. Comparando il gesto con qualcosa che non vedo comincio a conoscerlo, questa è una dinamica fondamentale della vita. Compara una voce a un silenzio, quale voce può essere comparata a un silenzio? O quale silenzio è un silenzio che parla? Di che area semantica stiamo parlando? Non c’è bisogno di sapere, come i filologi sanno, facendo finta di non saperlo, che la siepe, nella prima versione in prosa era un "roveto". Capite che la parola roveto, che è quella che usa Mosè nella Bibbia, appunto, è nella Bibbia. Quindi, Leopardi sta mettendo in campo, non dal punto di vista della fede personale, ma dal punto di vista culturale, un grande cambio di paradigma tra l’infinito dei greci e l’infinito giudaico-cristiano. Mentre i greci dicevano “infinito” con paura, noi quando diciamo “infinito” non abbiamo paura. Se ci pensate, noi usiamo la parola “infinito” non con timore, ma come una sorta di attrazione perché la nostra cultura, che ha queste radici grandi giudaico-cristiane, ci ha fatto vedere dei segni, comparando i quali con qualcosa che non vediamo. Facciamo esperienza di infinito. Infatti, è nel momento in cui lui compara il segno con l’infinito silenzio, che non vede, che sfugge ai sensi, come l’amore di tua madre sfugge ai tuoi sensi, come Dio sfugge ai sensi. Quando c’è questo momento di comparazione mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni. Cosa vuol dire mi sovviene? Non è il souvenir francese (mi ricordo). Mi viene presente alla coscienza, che cosa? L’eterno, le morte stagioni (il passato), il presente, e la presente / e viva, e il suon di lei, perché ogni epoca ha il suo suono (siamo ancora dentro al suono, non più nella vista). Il verso finisce con: Così tra questa, non nella mia immaginazione, non naufrago dolcemente nella mia immaginazione. L’infinito che mi immagino non è un mare in cui posso entrare con la mia immaginazione, non mi dona un infinito in cui io possa naufragare e infatti dice in questa / immensità s'annega il pensier mio: / e il naufragar m'è dolce in questo mare. Questo mare, che si è aperto, in questo spazio di conoscenza, non altrove dalla poesia, in uno spazio che non puoi dire, non puoi chiacchierare di queste cose. Per questo è insopportabile quando qualcuno dice: «è incompleto». Ma come incompleto? Se non comprendi questo linguaggio, la tua vita non è concreta, sei tu che non sei concreto, perché dell’infinito si può parlare solo così, non è che lo puoi dire in altre parole, non ci sono altre parole: è chiaro che il naufragar m'è dolce è un controsenso. Come sanno i poeti che sono qui, in poesia i controsensi, a volte, producono senso. Se vai sul porto di Livorno a dire: «scusate qui qualcuno è naufragato dolcemente?» se la prendono con te, ti inseguono con un remo giustamente, perché non è il posto per parlare così e perché stai chiedendo una notizia storica. Ma dell’infinito non si può parlare se non producendo metafore di questo tipo: il naufragar m'è dolce. Per questo la poesia è bella e parla a tanti, perché noi sappiamo tutti, in qualche modo, cosa vuol dire naufragare dolcemente, cos’è quella cosa per cui sei protagonista e poi capisci che il vero protagonista è lasciarti andare, o meglio, che la somma massima del protagonismo non è dire “io, io, io”, ma è dire “tu”, finalmente, è questo il naufragare dolcemente. È tipico dei bambini piccoli, quando sono in braccio alla mamma e non vogliono dormire e proprio alla fine, che son più stanchi e si lamentano perché son stanchi e non vogliono mollare e fanno la frigna più noiosa, finché a un certo punto, dopo la frigna massima, naufragano dolcemente tra le braccia della madre. Chi ha una minima esperienza erotica, sa che più o meno è così. “Io, io, io” poi, finalmente “tu”: naufragare dolcemente, se no sarebbe solo ginnastica. Noi perseguiamo l'infinito, se ci pensate, non perché è un problema astratto, ma perché è il più concreto dei problemi. Perché è concreto l’aborrire alla fine, è la cosa più concreta del mondo. A volte, i poeti servono a ricordarci le cose più concrete del mondo, le cose più importanti della realtà. Mentre tutti ci parlano di cose secondarie, i poeti ci parlano delle cose primarie, delle cose più concrete. Noi abbiamo questa attrazione per l’infinito, non più il terrore dei greci, ma l’attrazione, anche perché in qualche modo, l’infinito l’abbiamo assaggiato: addormentandoci in braccio a nostra madre, o addormentandoci tra le braccia della donna che amiamo, o sentendo Chopin. L’infinito, in qualche modo, un segno te l’ha dato, non è che non l’hai mai assaggiato. Non potresti desiderare la Nutella senza mai averla assaggiata, ma da quando l’hai assaggiata è diventata un’ossessione. Anche l’infinito è un po’ così: da quando l’hai assaggiato non puoi più farne a meno, perché capisci che tu sei fatto di quella cosa lì e per quella cosa lì; non sei fatto per la gabbia o per una gabbia apparentemente più grande, ma sei fatto per l’infinito. Da quando l’hai assaggiato, percepito, negli occhi di una persona, nelle parole di un poeta, in un panorama, da quando hai visto questa cosa, da quando un segno di questa cosa ti è arrivato, da quando sei stato attento ad un segno di questa cosa, non puoi più farne a meno. Anche quando vorresti fregartene, non puoi più farne a meno.

Sono tanti i motivi per cui questa poesia valga la pena impararla a memoria, studiarla, ma c’è un aspetto particolare nel nostro tempo per cui questa poesia porta come una provocazione in più: proprio perché noi siamo fatti per naufragare dolcemente, siamo fatti per avere i segni dell’infinito, siamo fatti per comparare dei segni con l’infinito, vogliamo farne esperienza. Vogliamo sovvenire, che è un sovvenire dell’eterno. Perché di una via che non finisce mai, di una ferrovia che non finisce mai, cosa me ne faccio? Di un infinito dello spazio, io, come uomo, posso essere affascinato, ma a me interessa un infinito del tempo perché l’uomo è l’unica creatura dell’universo che ha il sentimento del tempo. Così come i carciofi non si sentono piccoli, i carciofi non contano i minuti, non contano gli anni; i cerbiatti non sentono come sono lenti i minuti prima che lei arrivi. L’uomo, come dice un grande attore di Leopardi, che era Ungaretti, intitola la sua opera Il sentimento del tempo perché solo l’uomo ha sentimento del tempo, quindi l’infinito che mi interessa, più che lo spazio, riguarda il tempo. Per questo mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei. Posso fare un’esperienza di unione tra l’eterno e il tempo. Un’esperienza mi sovviene, non è appena un sentimento, un pensiero, è un’esperienza. L’eterno e il tempo. Questa poesia, appunto, finisce quasi come è iniziata: sempre. È come se avesse inverato quella parola messa lì all’inizio (sempre). Solo una parola diventa un’esperienza, questo succede nella poesia: un’esperienza possibile, un’esperienza di naufragio dolce, dove il perdermi è il massimo di me. Qualcuno dirà: «questa è una poesia giovanile di Leopardi, poi ha cambiato idea». Certo, Leopardi ha avuto uno svolgimento di cambiamento di pensiero, però questa poesia l’ha sempre pubblicata eccetto che la prima edizione. Un poeta che porta una poesia con sé fino alla fine, vuol dire che è sempre la sua fino alla fine. Non fidatevi di chi vuole dividere la vita dei poeti in troppe fasi, perché se uno continua a pubblicare una poesia in tutte le edizioni dei Canti, vuol dire che quella poesia è la sua sempre.
Vi racconto un episodio di Leopardi che pochi mesi prima di morire incontra un giovane critico il quale gli dice che non va bene paragonare le onde del mare con l’infinito (nel ’36, quasi vent’anni dopo aver scritto l’Infinito) riferendosi a una prosa. Leopardi lo guarda e gli dice: «non trovo che sia male aver paragonato le onde del mare all’infinito». Leopardi per tutta la vita ha avuto addosso questo mare, questo infinito perché è stato dominato da questo pensiero. Poi, a questo giovane critico dice: «sono stanco» e se ne va. Non dà retta a questa obbiezione.

Uno dei motivi principali per cui Leopardi è un grande, e se ne possono dire tanti, è il fatto che noi siamo un legame con l’infinito, che tu puoi essere un legame con l’infinito, che questo contenuto è la relazione più importante con la tua vita, questo è un aspetto rivoluzionario, in questo momento. Tutti i grandi poeti, e anche Leopardi, sono maledetti, cioè vanno contro l’epoca; se vi guardate intorno, nella nostra epoca tutti parlano di identità: la filosofia gender, i politici, tutti alla ricerca dell’identità per dire «io chi sono?». Io sono quella cosa che faccio, quella tendenza lì, quella professione che faccio, sono quell’atto che ho compiuto. Tutti alla ricerca dell’identità, perché la domanda che Leopardi fa nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: quando dico io, cosa dico? Qual è la relazione, la cosa che mi connota? Questo è il problema che la modernità ha sentito e a cui non ha risposto. Oggi c’è una risposta terrificante che sono tante giacchette di identità: tu sei omosessuale, tu sei bianco, tu se italiano… come se la mia identità coincidesse con queste cose. Oggi vedete che è molto facile sentirsi giudicati, tu sei quello che fai, siccome lo dici a tutti quello che fai, se fai un errore oggi, tu sei un errore, e questo sta creando una grande angoscia. L’identità dell’uomo non è nessuna delle giacche che ci stanno mettendo addosso, nemmeno come ti vedono gli altri, nemmeno quello che pensi siano le tue preferenze, nemmeno gli atti che fai. La tua identità è il tuo legame con l’infinito, perché solo questo ti rende veramente uomo: chi dice la verità del tuo io? Nessuna delle cose che fai ti definisce del tutto, nessuna delle azioni che compi è totalmente te, nessuno dei vestiti che ti metti coincide con te stesso. Quello che tu sei coincide col rapporto con l’infinito. Dire questa cosa in questo momento, credo che sia un modo per aiutarsi a respirare e quindi a camminare.

[1]WILLIAM COLLINS, detto Billy, è un poeta statunitense. Attualmente insegna letteratura inglese al Lehman College.

[2]JOHN KEATS è stato un poeta britannico, unanimemente considerato uno dei più significativi letterati del Romanticismo.

[3]FRANÇOIS-AUGUSTE-RENÉ RODIN è stato uno scultore e pittore francese. Sebbene Rodin sia universalmente considerato il progenitore della scultura moderna, l'artista non decise deliberatamente di ribellarsi contro lo stile precedente.

[4]SIMONE VEIL, francese, sopravvissuta alla Shoah, è stata magistrato, ministro, prima donna Presidente del Parlamento europeo e anche la prima a presiedere il Parlamento europeo direttamente eletto.

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